Non si può certo dire che sia ingiustificata l’aspirazione a spogliarsi della propria personalità.
Non si può neppure dire che tale aspirazione debba necessariamente manifestarsi attraverso metodi tradizionali e in definitiva inefficaci come le droghe o l’alcol. Tutt’altro. Esiste una colonizzazione sempre più pervasiva ed efficace degli spazi che parevano riservati alla costruzione della memoria personale.
Vivere la propria esperienza con i particolari mattoni forniti da questa colonizzazione comporta indubbi vantaggi.
Hanno una leggerezza ignota a quelli tradizionali; godono del conforto della produzione in serie, che, per definizione, alla costruzione della personalità dovrebbe essere preclusa; paiono immuni a un senso del tragico come emersione del profondo, piuttosto dediti a un suo sviluppo orizzontale, in definitiva già consolatoria recitazione del tragico; sono perfettamente in grado di svilupparsi in modi imprevisti, come gli originali, ma solo in determinate direzioni, che generino reazioni consuete e per questo condivisibili.
Viene così decisamente mitigata la pericolosità della personalità, che può manifestarsi in maniera estremamente feroce, attraverso la paura o la memoria involontaria.
Se il mondo appare all’uomo, che ha utilizzato i mattoni tradizionali per costruirsi, come una foresta di simboli, è perché la sua esperienza irripetibile, in maniera altrettanto irripetibile, li ha prodotti. La realtà ha per quest’uomo le stigmate del suo vissuto, stigmate che molto spesso il reale lo occultano del tutto – e allora ogni cosa ha un sapore leggero, garantito dall’abitudine – ma che altre volte possono prendere vita e assumere forme davvero mostruose, perché legate, attraverso strade sotterranee di cui si ignora l’esistenza, a zone in ombra del proprio vissuto.
Si tratta di sgradite sorprese dell’aura del reale, che viene avvertita come una trappola; questa evanescente sostanza, che è poi la reale anima delle cose, mai la stessa per ciascuno, è per ciascuno la sostanza della propria personalità e della propria realtà. L’individuo che ha utilizzato i mattoni tradizionali per costruirsi ne è generalmente inconsapevole, ma la sua vita non è altro che un continuo vomitare l’anima addosso alle cose e così vestirle di ricordi di altre cose.
In cambio della sua adesione o resa – consapevole o meno – alla colonizzazione, l’individuo avrà molte più possibilità di sottrarsi a questa dinamica. Essendo preconfezionata l’aura insieme al fenomeno, non c’è più solitudine nella sua percezione; ognuno ha condivisibili, magari diversi, ma predefiniti, modi di assimilarlo. La condivisione degli uomini di fronte alla realtà diventa pienamente emozionale. Le dinamiche anzi delle emozioni della massa si radicano su una coscienza e un inconscio pienamente colonizzati e scientificamente influenzabili.
La colonizzazione dell’interiorità soppianta per efficacia le droghe e l’alcol come veicolo nell’allontanamento dalla propria personalità.
Esistono due riserve: l’una sull’efficacia a lungo termine di questo metodo, l’altra sull’insostituibilità della tradizionale convivenza con se stessi; entrambe paiono molto dubbie, ma meritano di essere prese in considerazione.
La prima è che non esiste in effetti nessuna garanzia che il nuovo genere di mattoni, innestati nell’individuo, non finiscano a lungo andare col trasformarsi in mattoni tradizionali. La seconda è che l’aura, aldilà delle sue fattezze così legate all’inconscio individuale, presenti in realtà tratti comuni a tutta l’umanità, che ne definirebbero la reale sostanza.
È evidente oggi una generale tendenza a scegliere la colonizzazione tra le forme di affrancamento dalla personalità individuale. Se autoconsapevolezza e grado d’istruzione si sono rivelati inutili per persuadere a rifuggirla, ciò è dovuto più all’attrattiva della colonizzazione, che all’incapacità di resistervi.
