Era stato sin dall’inizio deprivato del silenzio.
Non gli era stato concesso di conoscerne la pace, né la fertile profondità. Poteva anche darsi che ne avesse fatto esperienza, ma in tal caso quell’esperienza affondava di certo nella prima età, sigillata in un passato di cui non serbava alcuna memoria.
Era iniziato quel cammino come iniziano spesso i cambiamenti.
Un movimento incerto, che sembra la prosecuzione imprecisa di un altro precedente; un suono apparentemente casuale; un bagliore che si può giustificare in molti modi.
Così piace crescere alle rivoluzioni, al riparo dagli sguardi perlomeno, se non proprio nell’ombra; aspirano al cielo in sordina e in apparente pace, noncuranti, come avvolte in un velo di religioso silenzio, per poi svettare all’improvviso in un giorno di maggio, solo quando ormai la loro ombra non può più nascondere di aver sottratto per sempre il sole ad un passato che da troppo simulava sopravvivenza.
Del tutto incurante delle conseguenze, aveva così imboccato quel sentiero, in una passeggiata che si sarebbe altrimenti presto confusa, nella sua memoria, con molte altre precedenti e successive.
Era stata una di quelle scelte solo apparentemente inconsapevoli? Uno di quei gesti che si compiono pensando ad altro, pur non essendo abituali, e che devono la loro importanza proprio alla loro unicità e involontarietà?
O era forse solo che il suo malessere non avrebbe ancora a lungo potuto giovarsi dei ritardi stagionali di un verde ingrato?
Doveva aver avvertito, avanzando in quel bosco, la sensazione di sprofondare in se stesso, eppure tale sensazione era così fusa nel cammino stesso, nel movimento spontaneo dell’incedere che non si fa domande e che con la sua cadenza svuota la mente, che nulla fece di diverso da un uomo qualsiasi che si avventura in un sentiero qualunque.
Eppure, c’era qualcosa – avrebbe dovuto accorgersene – nella soffice accoglienza che l’erba concedeva ai suoi passi, come nell’improvviso scatto con cui di tanto in tanto cedeva un ramo morto finito sotto il suo peso. Qualcosa che avrebbe potuto parlare chiaramente del suo sciogliersi nella selva o dello sprofondare di quella natura in se stesso: movimenti che, nonostante le opposte apparenze, erano il medesimo movimento.
Solo quando gli si aprì davanti il prodigioso teatro della radura illuminata dal sole, comprese quanto quel luogo avesse a che fare con lui e in quali personalissimi meandri si era suo malgrado avventurato. All’estremità più illuminata, come parte integrante della selva, suo padre e sua madre si fronteggiavano, intenti, pareva, a lanciarsi insulti e accuse, proprio come molti anni prima, in quei ricorrenti litigi che avevano saturato la sua infanzia.
Una profonda differenza c’era, però.
In quella selva, le loro bocche spalancate non producevano suono e i loro occhi, più che dall’odio, parevano essere animati dalla frustrazione di chi non ha la possibilità di esprimersi.
Osservò a lungo in quella radura sacra a Mnemosine il loro inane boccheggiare, come ridotti a pesci inconsapevoli, li osservò fino a che una spontanea compassione non riempì certe sue profondissime stanze, che il rancore, scivolando via, aveva sgomberato.
Quando infine si mosse, sapeva bene che il ramo che di lì a poco avrebbe pestato avrebbe ridonato a loro la voce.
Nondimeno, avanzò deliberatamente, fino a sentirne distintamente lo schiocco sotto i suoi piedi, ignorando del tutto però che, ridando così ai suoi genitori la libertà di urlarsi contro, avrebbe finalmente conquistato il suo silenzio.
(nell’immagine: Dante Gabriel Rossetti, Mnemosyne)
