La retroguardia

Non potevo più fare a meno di vedere come, un po’ a tutti i livelli, perlomeno nell’Italia in cui vivevo, gli sforzi gratuiti e del tutto slegati dalle logiche istituzionali fossero gli unici a poter guidare a quel salto verso l’alto di cui eravamo assetati. Li si evitava con cura, tuttavia, come un fardello inutile, non tanto perché non si credesse al loro potere, quanto piuttosto perché da tempo ormai si viaggiava a vista e nessuno pareva credere davvero, non solo che il futuro potesse riguardarlo, ma perfino che potesse esserci ancora strada, al di là di quel breve tratto che, di giorno in giorno, la propria miopia permetteva di scorgere e che sarebbe stato percorso entro sera.

Quando è giunto il momento del mio intervento, non ho tirato fuori dalla tasca il foglio che avevo preparato e sul quale, dopo una rapida lettura di pochi minuti prima, la referente della commissione aveva scritto, in stampato maiuscolo, PERFETTO seguito da tre punti esclamativi, di traverso, un po’ come su certe schede elettorali pubblicitarie della campagna elettorale si può trovare scritto FAC-SIMILE. Dovevo parlare del circolo culturale che avevo con convinzione proposto io stesso, nei preliminari incontri della commissione formazione e didattica; le parole sarebbero perciò venute autonomamente. Mentre parlavo, avvertivo stupito la mia estrema calma e misuravo l’abisso che la separava da quelle crisi d’ansia che da ragazzo mi attanagliavano, ogni volta che dovevo parlare in pubblico. Solo più tardi, mentre facevo ritorno a casa, guidando, ho potuto rendermi conto che non era stata un segno positivo, quella estrema tranquillità: a determinarla, erano state le scarse aspettative che io nutrivo nei confronti di quell’uditorio.

L’idea era nata durante quegli incontri della commissione, così insoliti e fuori dagli schemi, in cui avevamo discusso dei problemi della scuola e di quello che noi docenti avremmo potuto fare, nel nostro piccolo, per migliorare qualcosa e magari avviare un qualche circolo virtuoso, perlomeno nel nostro istituto. Positivamente sorpreso e spronato da quel contesto, da sempre poco comprensivo nei confronti della scuola che si ripiega su se stessa, mette i paraocchi e si fa scudo della burocrazia, mi era venuto spontaneo proporre quell’idea, che solo in una scuola che si relaziona con l’esterno, davvero consapevole della necessità di svolgere pienamente il proprio ruolo educativo e culturale, si sarebbe potuta realizzare.

Forse mi ero lasciato prendere dall’entusiasmo, al punto da credere che l’abitudine allo scetticismo dei miei colleghi fosse così poco radicata da poter essere abbandonata, almeno per quell’occasione, ma non si può dire, in ogni caso, che io sia stato ingenuo. Avevo deciso di dire ciò che ritenevo giusto, di proporre ciò che ritenevo importante e necessario, ben sapendo che erano minimi gli spiragli. L’idea lasciò effettivamente qualcuno perplesso sulle sue possibilità di realizzazione, ma in sostanza, con mia sorpresa, venne portata avanti, addirittura fino alla presentazione nel collegio dei docenti, dove, dopo un vocìo di incredulità mista a ilarità, all’annuncio della prospettiva di lavorare gratuitamente ad un circolo letterario per la sola passione di farlo, stavo avendo la sgradevole impressione di essere un prete che tiene l’omelia; i fedeli ascoltano le sue parole in silenzio, con sincera attenzione e perfino coinvolgimento, salvo poi riprendere a fare l’opposto che in quella omelia li si era invitati a fare, come prima di ascoltarla, come sempre, perché in fondo, lo si sa, Dio è misericordioso e il perdono non lo negherebbe mai a nessuno. Perché sbattersi, allora?

Ma chi avrebbe potuto perdonare l’istituzione scuola di aver accettato il ruolo marginale in cui era stata, sempre più col passare degli anni, confinata? Di non aver accettato la sfida culturale che altre realtà, per quanto discutibili, le stavano lanciando, svolgendo molto più efficacemente la funzione educativa che avrebbe dovuto competerle? La scuola si guardava attorno molto poco e quando lo faceva la sua miopia di certo non la aiutava; si accontentava di etichettare questi strani nuovi mondi, proponeva agli stessi ragazzi temi sui mass-media e poi proseguiva, come nulla fosse. Alcuni cambiamenti, a dirla tutta, c’erano stati anche nella scuola. Una progressiva semplificazione delle proposte didattiche era andata di pari passo con la complicazione della ragnatela burocratica. Ciò che andava semplificato, si era complicato; ciò che andava tutelato e rilanciato, lo si era progressivamente abbandonato. Non accettare la sfida significava proprio questo: la scuola era sì cambiata, ma lasciandosi permeare dalla cultura imperante, senza riuscire a dialogarci, senza mettere insieme una strategia per fronteggiarla,  né riuscendo a ripensare il proprio ruolo in un contesto profondamente trasformato. La scuola, come del resto tante altre realtà, era stata, senza neppure opporre resistenza, colonizzata da un’idea che, giudicando la profondità una perdita di tempo, ne precludeva perfino la possibilità.

Nei giorni successivi, avevo potuto misurare certi silenzi, che mi davano la misura di quanto le mie parole e le mie proposte fossero state inutili. Avevo perciò accantonato ogni simile idea di avanguardia, in quel mondo arroccato nella retroguardia, e mi ero dedicato ad apprezzare quegli spiragli abbaglianti che la scuola continuava, suo malgrado, a spalancare, la secondaria di primo grado in particolare, per quella sua misteriosa natura di ponte tra due mondi così distanti, che pare incredibile possano essere effettivamente comunicanti: quello dell’infanzia e quello della piena adolescenza. Perché è proprio in quei tre anni che la personalità, che ha con un lungo processo cominciato a definirsi, emerge veramente e, quando ancora in vari tratti essenziali può modificarsi, già comincia ad auto-osservarsi e a mettersi in discussione.

(nell’immagine: René Magritte, La reproduction interdite. Portrait d’Edward James)