Il 26 maggio 2016 si sono tenuti gli Stati Generali della Scuola Digitale, iniziativa pensata per condividere e fare il punto sulle iniziative messe in atto nelle scuole italiane, ad un anno dal lancio, da parte del Miur, del Piano Nazionale della Scuola Digitale.
L’evento – organizzato dal Comune di Bergamo, dall’Ufficio Scolastico per la Lombardia (Ambito territoriale di Bergamo), dalla Fondazione TIM e dall’Associazione Centro Studi ImparaDigitale, in collaborazione con l’Ente Fiera Promoberg e l’Associazione BergamoScienza e con il Patrocinio della Provincia di Bergamo – si è svolto presso la Fiera di Bergamo e ha coinvolto circa 1500 docenti, perlopiù provenienti dalle scuole del nord, e studenti delle scuole secondarie della provincia di Bergamo.
Il chairman della sessione introduttiva e istituzionale, il docente universitario Francesco Sacco, noto studioso di temi legati all’impatto delle tecnologie, ha aperto i lavori, sottolineando quanto sia sentita, anche a livello universitario, la centralità della scuola nel sistema culturale italiano, soprattutto in un periodo di notevoli trasformazioni come quello che stiamo attraversando. Ha quindi informato i partecipanti dell’assenza del ministro Giannini, notizia che ha generato in platea un mormorio di disapprovazione e scarsa sorpresa, sfociato poi spontaneamente in un applauso di soddisfazione, alquanto preoccupante per la popolarità del ministro, di cui un recente sondaggio ha peraltro già dato una fotografia impietosa. Altro assente, il sottosegretario Ivan Scalfarotto, che ha però perlomeno inviato un messaggio, di cui il chairman ha dato lettura, incentrato sull’importanza di porre le domande giuste per potersi servire delle tecnologie, tenendo sempre ben presente che, come ha detto Picasso in una nota provocazione, “i computer sono inutili perché danno solo risposte”.
Il sindaco di Bergamo Giorgio Gori ha esaltato il ruolo pionieristico svolto dalle realtà territoriali bergamasche nell’introduzione delle tecnologie a scuola e più in generale nell’innovazione. Ha poi parlato degli enormi cambiamenti che la diffusione di internet ha comportato, non a caso definiti la quarta rivoluzione industriale. Tutto questo ha posto inevitabilmente nuove e notevoli questioni, nel confronto con le quali solo una nuova scuola potrà aiutare tutti a trovare le giuste chiavi. Molti lavori stanno scomparendo, altri sono destinati a scomparire. Nuovi lavori nasceranno. Quali saranno le competenze fondamentali? Sulla loro individuazione e valorizzazione si giocherà il ruolo della scuola dell’immediato futuro.
Patrizia Graziani, dirigente dell’ufficio scolastico territoriale di Bergamo, ha sottolineato come imparare ad imparare sia non un refrain svuotato di senso, ma una vera e propria questione di sopravvivenza, nel mondo complesso in cui viviamo. Ha quindi evidenziato l’importanza del lavoro svolto da Dianora Bardi e dal liceo Lussana sulla classe scomposta, un progetto che ha avuto il coraggio e l’ambizione di sperimentare, interrogandosi sull’apprendimento e sulla sua efficacia. Siamo, per molti versi, in una situazione non dissimile, seppure molto più complessa, di quella che venne a crearsi negli anni Settanta, quando, preoccupati per l’introduzione delle calcolatrici, ci si interrogava sul destino delle competenze matematiche. Bisogna rendersi conto di come l’incapacità di muoversi nelle nuove tecnologie finirà col condannare, in un futuro molto vicino, alla marginalità a livello socioeconomico.
Patrizia Graziani ha sottolineato anche come, superata la fase di un acritico e ingenuo entusiasmo, risulti ormai evidente che un’ottima tecnologia non può sostituire un carente insegnamento, ma può senz’altro amplificare un buon insegnamento. L’abilità degli studenti nel saper svolgere compiti in ambienti digitali ha il doppio vantaggio di avvicinare la scuola all’esperienza extrascolastica, facilitando il coinvolgimento dei ragazzi, e di fornire le competenze necessarie per affrontare con consapevolezza la realtà digitale. L’intervento ha messo poi in evidenza la necessità della ricerca di strategie didattiche adeguate all’utilizzo delle nuove tecnologie, che, se semplicemente applicate alle strategie didattiche del ventesimo secolo, finiscono per diluire l’efficacia dell’insegnamento.
Gli studi nell’ambito delle neuroscienze hanno permesso di approfondire le nuove tecnologie e il loro impatto su chi le utilizza, in particolare rivelando come, se si legge al pc, si attivino aree neurali diverse da quelle attivate con la lettura di testi cartacei. Risulta inoltre sempre più chiaro come la mente dei nativi digitali, se eccelle in prontezza, spesso riveli carenze in riflessività e profondità. Tenendo conto di tutto ciò, se si vuole puntare ad un insegnamento davvero efficace, bisogna riconoscere l’esigenza di una dinamica di apprendimento opposta a quella di assorbimento tipica della scuola tradizionale. L’obiettivo da perseguire è lo sviluppo della metacompetenza per eccellenza, quella capacità e tendenza ad apprendere per tutto l’arco della vita, esigenza vitale in una realtà in continua trasformazione.
Ha esordito con autoironia Alberto Mingardi, vicepresidente della Fondazione Tim, definendo “inutile e superfluo” il suo stesso intervento, dal momento che “il ruolo dei vicepresidenti è quello di fare presenza per i presidenti impossibilitati ad esserci”. In realtà, il suo intervento si fa notare invece per interesse ed essenzialità, confermando una volta di più la tesi che l’autoironia sia il modo di schernirsi e far mostra di modestia da parte di chi è estremamente consapevole dei propri meriti. Per non oltraggiare, dilungandomi ulteriormente, la brevità dell’intervento, mi limito a individuare i suoi tre punti essenziali: l’operato della prof.ssa Bardi, che ha il merito di restituire una forte domanda di innovazione; la cultura dell’innovazione, a cui la Fondazione Tim aderisce con convinzione; la necessità di capire se e come, con la diffusione delle nuove tecnologie, siano cambiate le modalità di apprendimento degli studenti.
Il primo a evocare il convitato di pietra di questi stati generali, ovvero la legge 107, è stato il sottosegretario Davide Faraone, che ha mostrato di avere ben chiaro quanto poco questa legge sia stata apprezzata da chi lavora quotidianamente nella scuola. Non è stato, neppure in questa stessa giornata, l’unico rappresentante del governo a usare frasi come “comunque la si pensi” o “anche se non la si apprezza”, modalità standard di mettere le mani avanti, quando si tratta questo argomento. Il sottosegretario, in realtà, si è spinto anche oltre, perché, appena dopo aver sottolineato come il mondo della scuola oggi cambi rapidamente, si è affrettato a rassicurare i docenti e i dirigenti, sottolineando come un tempo le leggi che si facevano avrebbero caratterizzato la scuola per decenni, mentre oggi non è più così. La legge 107, per la soddisfazione di chi non la apprezza, è inevitabilmente destinata ad essere presto sostituita, in una scuola come quella odierna che muta rapidamente, a differenza della scuola di un tempo. La capacità di adattarsi alla rapidità dei cambiamenti – oggi una assoluta necessità, anche a livello politico – sarebbe, secondo Faraone, una dote mostrata dal governo in più occasioni. Quella attuale è evidentemente una fase di transizione, piena di difficoltà, ma anche ricca di prospettive. Iniziative come questa degli stati generali della scuola digitale servono a costruire la consapevolezza dei cambiamenti e ad acquisire gli strumenti per affrontarli. Non può, ovviamente, in un intervento così politico, mancare “l’annuncio”, che il sottosegretario riserva come una bella sorpresa alla platea e ai giornalisti presenti: tra poche settimane si raggiungerà l’ambito traguardo della presenza del wi-fi in tutte le scuole d’Italia.
Viene quindi evocato Majorana, a cui è intitolato l’istituto frequentato dal giovane Faraone, e la leggenda secondo cui lo studioso sia sparito per il terrore del nucleare e della sua faccia oscura. A volte, effettivamente, le tecnologie possono fare paura, ma il nostro compito è quello di valorizzarne gli aspetti positivi e di non fuggire davanti ai rischi connessi. Innovazione e modernizzazione comportano sempre rischi: il cyberbullismo, ad esempio, nasce dal rischio che si corre affidando le nuove tecnologie allo spontaneismo degli studenti. La scuola ha invece il dovere di guidare questo processo.
Verificata l’impossibilità di collegarsi con Sabrina Bono, capo del dipartimento del MIUR per la programmazione e la gestione delle risorse umane, finanziarie e strumentali, impegnata a Roma per il Forum della Pubblica Amministrazione, il chairman Francesco Sacco ha concluso questa apertura istituzionale dei lavori, ricordando l’osservatorio avviato da un paio di mesi da ImparaDigitale, finalizzato alla raccolta e al censimento di tutto ciò che di digitale si sta muovendo nella scuola in questo periodo. Un’iniziativa estremamente importante, che aiuterà a fare il punto sulla situazione e a porsi nuovi obiettivi per l’immediato futuro.
La tavola rotonda sulla scuola in cambiamento tra tradizione e innovazione è stata introdotta dal chairman Luca De Biase, che ha richiamato l’attenzione sull’obiettivo principale della giornata: quello di assicurarsi che la voce di chi lavora quotidianamente nella scuola arrivi ai vertici ministeriali, con il suo carico prezioso di suggerimenti e riflessioni scaturiti dall’esperienza sul campo. La dimensione di questo convegno, ha sostenuto De Biase, non è tanto, o perlomeno non solo, quella del futuro, poiché il digitale è un dato di fatto, è ciò che è già accaduto. Si calcola che il 98% di tutta la conoscenza è già stato digitalizzato. Diventa vitale chiedersi, in un mondo così profondamente mutato, come si possa portare efficacia e qualità nella didattica e nella ricerca della conoscenza.
Lo psicologo Giuseppe Riva ha affrontato la questione, interrogandosi sui cambiamenti avvenuti nella mente dei più giovani. Si è parlato spesso di nativi digitali. Ciò su cui con urgenza bisogna riflettere è il fatto che arriveranno nei prossimi anni a scuola i primi bambini che hanno conosciuto il digitale prima di imparare a leggere e a scrivere. Una ricerca sostiene che oggi i bambini di due anni passano almeno mezz’ora al giorno alle prese con tecnologia touch. Se è difficile quantificare e definire i cambiamenti nella struttura del pensiero che una situazione di questo genere comporta, è però innegabile che tali cambiamenti siano estremamente profondi. In un video che su youtube ha avuto ampia diffusione, una bambina di un anno si rapporta ad una rivista cartacea come se fosse un tablet. Per quella bambina, una rivista è un tablet che non funziona. Ciò che emerge è un profondo cambiamento nel quadro di organizzazione del pensiero. Il pensiero classico, sequenziale e astratto non è più il paradigma principale. Il pensiero dei ragazzi sarà in futuro sempre più basato sulla dimensione sensomotoria; i bambini oggi hanno già acquisito degli schemi di base di questo tipo per organizzare la conoscenza.
L’intelligente e vivace moderazione di De Biase pone subito le domande che scaturiscono ai più spontanemente dopo l’intervento di Riva: d’accordo sul giudicare una priorità l’imparare a usare il tablet. Ma i contenuti? Cosa ci facciamo, con queste protesi tecnologiche, che siano smartphone o tablet? Come le usiamo?
Lo studioso di neuroscienze Roberto Cavallaro ha posto, dal suo punto di vista, l’accento sulla diffusione virale dell’utilizzo del digitale, una preferenza così marcata che non sarebbe forse altrimenti spiegabile se non ipotizzando un suo qualche riscontro nel nostro stesso dna. Chiaramente, ancor più forte e capillare è la diffusione di queste tecnologie tra gli adolescenti, particolarmente sensibili alla norma dei pari. Il digitale tende a dare alla conoscenza una struttura del tutto diversa da quella enciclopedica di organizzazione del sapere che ha caratterizzato il passato. Esistono però dei rischi che dobbiamo attentamente valutare. Tali rischi sarebbero soprattutto connessi con le modalità di utilizzo di internet. Abituarsi a pensare a internet come a qualcosa che possa in qualsiasi momento essere interrogato per colmare le lacune della nostra conoscenza, ci motiva sempre meno a colmare tali lacune. Ciò può avere ripercussioni certo non positive sulla memoria dei ragazzi.
Promuovere un utilizzo consapevole delle nuove tecnologie ed essere in grado, in veste di docenti, di comunicare con le nuove forme di organizzazione della conoscenza significa andare sempre più in direzione del making of. Pensare all’utilizzo di internet come a semplice informazione diffusa è inutile, se non dannoso. Gli studenti devono sempre essere messi nelle condizioni di capire come si è arrivati a un certo risultato, a un certo contenuto. Una strategia didattica di questo tipo può rispondere efficacemente al problema.
Secondo Cavallaro, un altro rischio è legato proprio a ciò di cui ha parlato all’inizio del suo intervento, ovvero l’estrema sensibilità dei ragazzi alla norma dei pari. Il rischio dell’adeguamento e del conformismo, già di per sé piuttosto alto in una società come la nostra, può aumentare esponenzialmente con i social network. La difficoltà a sviluppare e ad affermare la propria personalità ne è conseguenza diretta e la scuola dovrebbe avere ben presente il problema per operare con efficacia nella direzione opposta, ovvero quella di una attenzione particolare ai talenti individuali e alle disposizioni della mente, per rafforzare negli studenti l’autoconsapevolezza.
L’intervento di Cavallaro ha dato a Luca De Biase lo spunto per interloquire con Giuseppe Riva, riflettendo sull’insuccesso di alcune iniziative di sperimentazione delle tecnologie, anche su larga scala. Riva ha ricordato una famosa sperimentazione proposta dalla Apple nella scuola californiana, sfociata nel caos, addirittura con un cambio in corsa dei tablet proposti con dei macbook, perché gli studenti hanno mostrato di preferire la tastiera fisica. Questi insuccessi affermano una volta di più l’evidenza che, se non c’è a monte una chiara idea didattica a ispirarne la strategia, l’introduzione delle nuove tecnologie a scuola può facilmente diventare inutile se non controproducente.
Il sociologo dei media Marco Gui ha quindi condiviso con i partecipanti i risultati di un’indagine sull’introduzione delle tecnologie digitali nella scuola italiana. Da tale indagine è risultato che i docenti hanno apprezzato la capacità delle tecnologie digitali di motivare gli studenti, di dare un contributo importante nell’inclusione, di migliorare le competenze specifiche digitali. Passando alle riserve, molti hanno sottolineato che la crescita della motivazione degli studenti è molto legata al fattore novità di tale introduzione; va quindi a calare col passare del tempo, quando l’uso delle tecnologie comincia ad essere percepito dagli studenti come parte integrante della quotidianità scolastica. L’indagine rileva come i docenti non siano concordi nel riconoscere alle tecnologie digitali la capacità di migliorare l’apprendimento. Secondo molti, farebbero perdere competenze di scrittura e lettura e non abituerebbero alla fatica della concentrazione.
Non si è in effetti riscontrata alcuna evidenza che l’introduzione di tali tecnologie abbia effetti diretti sui livelli di apprendimento, perlomeno in italiano e matematica.
La questione che si pone è se abbia in effetti senso aspettarsi miglioramenti nell’apprendimento da un’introduzione massiva delle tecnologie digitali, quale quella che ha caratterizzato la scuola italiana negli ultimi dieci anni.
È percepita come molto più urgente la missione di diffondere competenze di uso critico e responsabile dei media, in particolare dei social network.
Nel mondo della comunicazione di massa e dei social media, insegnare a essere critici nei confronti delle fonti è un’assoluta priorità.
Illustrando la situazione attuale, Marco Gui fa un paragone molto significativo con la realtà del sub e del nuotatore in superficie, che ci aiuta ad individuare la vera missione della scuola nel mondo odierno. Siamo in effetti in una situazione che ci permette di vedere e conoscere molte cose, ma solo a livello superficiale. Tutta questa grande mole di informazioni può sicuramente essere un arricchimento, ma diventa controproducente se ci porta a perdere la nostra capacità di approfondire, di perseguire la profondità.
Laura Galimberti, coordinatrice dell’attuazione di interventi di riqualificazione dell’edilizia scolastica presso la Presidenza del Consiglio, ha parlato dei grandi cambiamenti in atto nell’edilizia scolastica. Lo spazio e la sua organizzazione hanno una grande incidenza nell’azione didattica e svolgono un ruolo essenziale nell’accompagnare l’introduzione delle nuove tecnologie nella scuola. Le tre parole-chiave che stanno guidando l’idea di questa riorganizzazione dello spazio sono: rete (con cui si sottolinea l’esigenza di aprirsi al territorio; si pensi all’iniziativa delle scuole aperte), interdisciplinarietà e partecipazione.
Due significativi e recenti esempi di questa nuova direzione che l’edilizia scolastica sta prendendo sono la scuola dell’infanzia di Guastalla e l’istituto professionale Hannah Arendt di Bolzano. Quest’ultimo è un edificio ipogeo, costituito da quattro piani interrati e costruito con una particolare accortezza per la visibilità esterna, la vivibilità interna e la luce naturale: la grande corte centrale, ad esempio, coperta da una vetrata, sulla quale si affacciano tutte le aule con vetrate a tutta altezza o il cavedio-giardino aperto che dà luce ed aria ai laboratori. La scuola dell’infanzia di Gallarate è invece un altrettanto innovativo edificio costruito interamente (ad eccezione delle fondamenta in cemento armato) con materiali naturali o riciclati a basso impatto ambientale, a cominciare dalla struttura portante, interamente in legno lamellare. Per materiali, struttura e conformazione, l’edificio è un esempio della perfetta integrazione in un territorio caratterizzato dalla presenza di numerosi alberi.
Un esempio di riorganizzazione degli spazi legata alle nuove tecnologie è dato dalle scuole che hanno introdotto tavoli luminosi e tablet, secondo la strategia della classe scomposta. La stessa presenza di questi nuovi strumenti tecnologici e di interazione implica la scomposizione e riorganizzazione degli spazi in una classe.
Laura Galimberti ha concluso ricordando come l’introduzione del digitale non debba allontanare dalla realtà esterna e tanto meno dalla natura, mettendo suggestivamente in parallelo l’immagine di una scuola di per sé all’aperto a Heka in Tanzania, e quella del progetto scuola nel bosco realizzato da alcune scuole in Emilia Romagna.
La parte conclusiva dell’intervento di Laura Galimberti ha portato De Biase a sottolineare come dovremmo comunque avere ormai compreso che non occorre mettere in contraddizione spazio fisico e virtuale. Il virtuale non ci sottrae allo spazio fisico, ma semplicemente ci dà una possibilità di connessione in più. Giuseppe Riva ha invece evidenziato come esistano numerosi studi che attestano l’influenza fondamentale dell’organizzazione dello spazio sull’apprendimento, a cominciare dalla luce, dalla sua disponibilità, dalla sua natura e dalla sua diffusione.
Donatella Solda, dell’ufficio di gabinetto del ministro, ha parlato dell’importante esperienza del G7 che si è recentemente tenuto in Giappone, in cui all’educazione è stata dedicata un’attenzione particolare. I sistemi educativi europei, in particolare quello tedesco e quello italiano, hanno in quell’occasione destato grande interesse nei rappresentanti di quei paesi che tradizionalmente hanno privilegiato nell’educazione la prassi rispetto alla teoria. Ciò ha destato sorpresa, in tempi di grande diffusione del learning by doing. In realtà, ciò dimostra che al sistema italiano, a cui troppo spesso si è rimproverata l’impostazione eccessivamente teorica, ci si può rivolgere per trovare soluzioni ad alcuni problemi in cui incorrono strategie didattiche come quelle anglosassoni o quella giapponese.
Al di là di ciò, Donatella Solda ha evidenziato la straordinaria risposta che ha avuto il Piano Nazionale della Scuola Digitale. Le iniziative avviate sono state davvero tante e stanno cercando di rispondere ad esigenze particolarmente sentite. La banda ultralarga, le biblioteche digitali, gli atelier creativi hanno dimostrato la capacità di fare sistema della scuola italiana. Ciò ha implicato anche delle scelte chiare. Non si è optato per l’ora di innovazione, di cui pure si è dibattuto, ma si è preferito puntare su un nuovo bando per la costruzione di contenuti aperti: venti curricoli per accompagnare il docente nell’utilizzo del digitale. Insistere per l’introduzione della figura dell’animatore digitale ha significato mettere le varie scuole nella condizione di potersi rapportare in maniera responsabile al digitale e a non subirlo passivamente.
L’intervento di Donatella Solda, effettivamente non scevro di una certa celebrazione delle azioni intraprese dal governo, il rapporto difficile dei rappresentanti politici del ministero con il mondo della scuola e la stessa assenza del ministro Giannini, hanno a questo punto spinto il chairman a non risparmiare una sagace battuta all’indirizzo di chi ci governa. L’accostamento del sistema educativo italiano a quello tedesco fa emergere impietosamente il problema principale dell’economia italiana: a differenza dei coetanei tedeschi, i giovani italiani faticano enormemente ad accedere al mondo del lavoro. Prendendo spunto dallo stesso nome di stati generali che a questa giornata si è voluto dare, De Biase ha quindi fatto notare che, vista la situazione, sarebbe forse giunta l’ora di dire “basta con lo storytelling, cominciamo a fare la storia”.
L’intervento di Mila Spicola, consulente tecnico del Ministero, ha posto l’attenzione sulla tradizionale carenza di ricerca educativa nella scuola italiana. Esiste la necessità che le persone che lavorano quotidianamente nel mondo scolastico si interroghino e si confrontino sulle possibilità di innovare partendo dal basso. L’introduzione delle tecnologie digitali non deve essere vista come qualcosa di eccessivamente rivoluzionario. Il virtuale è una riflessione teorica per comprendere meglio il mondo, sempre esistita nella scuola; il libro stesso è virtuale.
Della tecnologia è bene sempre ribadire che aiuta quando serve e serve quando aiuta. È da un’attenta costruzione del rapporto docente-discente che dovrebbe sempre scaturire la scelta dello strumento più adatto all’attività didattica.
Deve inoltre esserci alla base di tutto questo lavoro un’idea chiara della funzione del docente. Bisogna cominciare, ad esempio, a interrogarsi sulla direzione verso cui docenti italiani intendono condurre l’identità nazionale.
Al di là di ciò, è chiaro che imparare ad imparare, come capacità di selezionare e certificare le fonti, sia il prioritario scopo e l’auspicata ricaduta di tutto il lavoro che si sta facendo. “Tra comprensibile pessimismo della ragione e irriducibile ottimismo della volontà – ha concluso Mila Spicola – è innegabile che qualcosa si stia muovendo nel sistema scolastico italiano, sia in verticale che in orizzontale”.
Nel suo breve intervento, l’informatico Stefano Quintarelli, autore del libro Costruire il domani, ha parlato della straordinaria esperienza di ImparaDigitale e di come sia nata dall’iniziativa di quattro persone che hanno provato a immaginare una scuola in cui le tecnologie digitali aiutano efficacemente l’apprendimento. Ha poi reso omaggio alla memoria del noto informatico Marco Zamperini, che ha svolto un ruolo chiave nell’enorme lavoro sfociato nel Piano Nazionale della Scuola Digitale e in questi Stati Generali della Scuola Digitale.
La prima parte della sessione pomeridiana viene dedicata alla presentazione della piattaforma Curriculum Mapping.
Marcella Logli, direttore generale della fondazione TIM, ha spiegato come si è giunti alla realizzazione della piattaforma. Nella fase iniziale, avviata nel febbraio del 2015, dieci scuole hanno testato il primo prototipo. Nell’ottobre del 2015 si è arrivati al perfezionamento della versione definitiva e al suo lancio in 174 scuole italiane. La piattaforma è diventata pubblica proprio in occasione di questi stati generali, dalla mattinata del 26 maggio, e l’auspicio è che presto molte scuole possano decidere di utilizzarla.
Curriculum Mapping è un ausilio importante nell’applicazione della didattica per competenze. Facilita inoltre la condivisione di obiettivi e di programmi tra insegnanti della stessa scuola o tra gruppi di scuole. La progettazione di unità di apprendimento su questa piattaforma permette di monitorarne l’efficacia, di aggiornarle, di adattarle a nuove esigenze. Si mettono in rete le diverse esperienze con un doppio obiettivo: quello dell’autosostenibilità, che possa continuare sempre a garantire la fruizione gratuita della piattaforma, e quello di arrivare a realizzare sempre più contenuti certificati e condivisibili.
Marcella Jacono Quarantino, dell’Associazione Centro Studi ImparaDigitale, ha poi presentato ai partecipanti la piattaforma e spiegatone in dettaglio l’utilizzo. I presupposti che hanno portato alla realizzazione del Curriculum Mapping sono state alcune riflessioni sulle nuove esigenze della didattica per competenze.
Se programmare è difficile, progettare lo è ancor di più, perché servono visioni ampie e grande flessibilità per lavorare in una classe mutata, frutto di un contesto sociale in continuo mutamento. Le caratteristiche essenziali della piattaforma e del suo utilizzo derivano dalla sua natura condivisa, collaborativa e professionalizzante. I suoi contenuti sono documenti fondamentali per la progettazione, i modelli di certificazione e gli archivi dei percorsi didattici e delle UdA. Il docente che utilizza la piattaforma consulta gli archivi, costruisce unità di apprendimento e le raccoglie in un suo nuovo archivio, con la possibilità di modificare in itinere le attività progettate.
Tra i dieci tavoli tematici previsti nella sessione pomeridiana, ho scelto di partecipare a quello che si proponeva di affrontare la delicata tematica della valutazione. Il chairman Damiano Previtali, Dirigente dell’ufficio IX Valutazione del sistema di istruzione e formazione, ha esposto i punti salienti del Sistema Nazionale di Valutazione, delle iniziative e dei cambiamenti fin qui messi in atto. Tutto il sistema di valutazione sta in questi anni cambiando, dalla valutazione degli apprendimenti, alla valutazione delle istituzioni scolastiche, alla valutazione delle professionalità.
I dati raccolti confluiscono ovviamente nel portale Sistema Nazionale di Valutazione del Miur. Come in un classico sistema a cascata, tutto questo lavoro di valutazione va a ricadere sull’obiettivo ultimo rappresentato dagli esiti formativi ed educativi degli studenti. All’interpretazione dei dati del RAV si è lavorato con 49 indicatori ed oltre 100 descrittori. È chiaro che ci troviamo di fronte ad un sistema di big data. Il problema è però come leggere questa enorme mole di dati. Rischiamo in effetti di non avere una adeguata capacità di interpretarli.
Questo lavoro va a toccare aree particolarmente sensibili, in cui il cambiamento non può essere semplicemente calato dall’alto. Perché le persone cambino, occorre che siano motivate a cambiare (Previtali fa riferimento a Guicciardini: tu dammi quel particulare e solo allora io mi muoverò).
Il primo elemento emerso con chiarezza dalla situazione attuale è che le scuole sanno come autovalutarsi.
Un primo problema è che il Sistema Nazionale di Valutazione è impostato con indicatori e dati pensati per una scuola “normale”. La presenza o meno di forti processi di innovazione non può essere rilevata con indicatori standard di questo tipo. Per risolvere un problema come questo bisogna rispondere all’evidente esigenza di aprirsi ad una pluralità di dimensioni. Per far ciò, c’è bisogno di indicare un percorso. In questa direzione, diventano di sempre più vitale importanza scuole innovative che si mettano al servizio del territorio e una maggiore autonomia e libertà che consenta alle scuole di intraprendere questa strada.
Parte fondamentale dell’innovazione è chiaramente l’introduzione delle tecnologie, che hanno bisogno di un piano operativo perché il loro inserimento sia davvero efficace e funzionale. La creazione e la cura di ambienti di apprendimento virtuale diventa necessaria e ovviamente bisognerà consentire agli studenti l’utilizzo di device, affinché si possa educare alle tecnologie e regolarne l’utilizzo. Come è stato più volte evidenziato, l’importanza delle tecnologie digitale diventa davvero cruciale per rispondere in maniera efficace ai bisogni educativi speciali. Questo, ovviamente, fermo restando che una didattica efficace non è un problema di strumenti, ma del come tali strumenti vengono utilizzati.
Previtali ha quindi evidenziato come sia necessaria la valorizzazione delle scuole che si impegnano particolarmente nell’inclusione.
Bisogna anche valorizzare il merito del personale docente, questione da sempre particolarmente delicata, su cui molte riforme si sono arenate e perfino un ministro è caduto (Berlinguer, nel 2000: concorsone per la verifica delle competenze dei docenti in servizio da almeno dieci anni).
In Italia, in quest’ambito esiste una evidente anomalia, se attualmente ben il 70% dei docenti non è mai stato valutato formalmente.
Da questi presupposti nasce l’esigenza del comitato di valutazione. Analizzando le scelte compiute dalle singole scuole, si può evidenziare come nel 90% dei casi si siano utilizzati i criteri proposti.
È possibile identificare quattro dimensioni fondamentali verso cui sarebbe importante orientarsi, al fine di metterle in evidenza e premiarle: il possesso delle competenze culturali; il possesso delle competenze relazionali, organizzative e tecnologiche; la partecipazione responsabile e la cura della propria formazione.
Damiano Previtali ha quindi sottolineato come questo comitato rappresenti oggettivamente un passaggio epocale, perché è dal 1974 che il problema della valutazione dei docenti non viene affrontato.
Nella fase del dibattito, diversi interventi e testimonianze hanno evidenziato la necessità di mettere in relazione i criteri del comitato di valutazione con la specificità della scuola (il RAV, il PTOF).
Rispondendo a una dirigente, Previtali ha quindi chiarito che è sempre possibile diversificare i bonus in base al merito dei docenti a cui tale bonus viene riconosciuto. Altro punto sensibile su cui è stato necessario un chiarimento è la pubblicazione delle buone pratiche, che in ogni caso non prevede mai la pubblicazione di nominativi dei docenti premiati, né dell’ammontare dei relativi bonus.
A conclusione di questa giornata, ho avuto l’impressione che, per quanto innegabilmente la scuola italiana abbia spesso dato, negli ultimi decenni, l’impressione di un pachiderma perennemente in attesa di trasformarsi in una creatura capace di spiccare il volo, imbozzolato in un sudario burocratico che gli anni hanno finito con l’inspessire anziché logorare, non mancano affatto motivi di sperare che quanto emerso possa trasformarsi in una prassi generalizzata, innovativa e in movimento. Seppure gli scettici abbiano senz’altro motivo d’esserlo, infatti, esistono due confortanti evidenze. Anzitutto, diverse membra, restie a soffocare sotto quel sudario, mostrano una vitalità sorprendente e continuano a credere in una evoluzione positiva. Se poi si considera che in natura il bruco non ha davvero nulla che possa far pensare a una farfalla, ci si può ritenere definitivamente dissuasi dal mettere limiti preventivi alle capacità di metamorfosi di quel mondo estremamente variegato che è l’istituzione scolastica.
