Si nasconde qualcosa nel rumore delle barche che sbattono l’una contro l’altra, un po’ dandosi di gomito, un po’ confortandosi, un po’ esibendosi in una danza scandita dal vento e dalle piccole onde del mare appena increspato nella notte. Di tanto in tanto un suono più metallico simula un richiamo, tiene all’erta i sensi cullati dal mormorio pigro del mare, che ha la facoltà di avvolgere fin troppo. Il porto di Otranto è un margine, un luogo schivo che se ne sta discosto dalla continua festa estiva del paese. La brezza marina non si schiera né contro né a favore delle voci lontane, che se arrivano fin qui devono farlo con le loro forze. Arrivano, in effetti, ma solo come un mormorio persino più sommesso di quello del mare assonnato, come fossero i fantasmi del brio e dell’eccitazione di una festa che non è ora in un altro luogo, ma che è stata qui chissà quando e di cui ora si manifestano gli echi del ricordo.
Se le barche che riposano cullate dal mare avessero la chiave della porta ideale che separa questo mondo sospeso dal resto della città, non saprebbero usarla meglio; chi vi indugia non può che convincersi che è la festa a esistere per questo sonno e non questo sonno ad essere tutelato da una festa sufficientemente moderata. Se uno scooter passa sulla strada più vicina, ambendo a tracciare col suo rombo acuto un prima e un dopo, è una linea la sua tracciata sull’acqua, subito ingoiata da questo silenzio che non è un vero e proprio silenzio; verrebbe voglia di rincorrerlo, perché se è passato di qui, aveva sicuramente un messaggio da portare, come indubbiamente ogni cosa che qui accade: incessanti messaggi che il sonno e la pigrizia fagocitano e che, in ogni caso, non speravano davvero di essere ricevuti. Che hai detto? sussurra ormeggiando un pescatore al suo compagno, che ripete con lo stesso tono il medesimo mormorio, per non turbare il sonno di chissà chi o di chissà cosa.
Dev’essere per simili incanti che certi luoghi sono per natura più malinconici di altri e accolgono benigni chi si aggira in cerca del proprio centro interiore, confortato dall’intuizione che attraverso il proprio centro interiore si può arrivare ad incontrare la realtà vera, la cui voce così sottile potrà essere udita solo a patto che il mondo si capovolga, che le grida e gli strilli si facciano fantasmatici mormorii e che le voci di un mare placido e di un porto assonnato, inconsapevoli custodi di segreti, srotolino nella notte, sotto l’abisso sbalordito di un cielo stellato, con voce estremamente chiara il loro racconto.
(nell’immagine: Mark Rothko, No. 61. Rust and Blue)
