Un cerchio

Avevamo puntato quasi tutto sull’esigenza liberatoria inestirpabile nella natura umana. Ne constatavamo con superficiale ironia la progressiva trasformazione nel comodo tappeto su cui si svolgeva il gioco chiuso dell’esistente. L’informazione, che ha con la realtà lo stesso rapporto che la pubblicità intrattiene con la poesia, divorava a bocconi la meraviglia e lo stupore. Strumenti che ci avevano promesso la libera espressione ci spingevano ad occuparci di quello di cui bisognava occuparsi. Il fatto del giorno veniva nominato secondo criteri ignoti, ma era sufficiente farlo appena rotolare nelle piazze virtuali, perché ricevesse puntuale riconoscimento. Tra parlare di quel che ci pare e parlare di quello di cui si deve parlare, il bisogno di essere ascoltati operava per noi sempre la stessa scelta. I complottisti cercavano ansiosamente spalle su cui addossare le colpe, ma il sistema andava avanti da sé, avendo miliardi di soldati volontari e solo comandanti pro tempore sempre più superflui. In tale sistema, le cieche ondate di indignazione erano fuochi controllati che facevano da sfogo alle forze liberatorie, disinnescandole.

Era tutto così perfettamente chiuso da non sembrare vero. E infatti c’era poco di vero. Surriscaldata dalla specie umana, la più cieca e la più intelligente tra le specie viventi, la Terra si ostinava ad avere leggi che difficilmente si sarebbero potute conciliare con quel sistema, solo apparentemente totalizzante. La ricerca scientifica, intanto, continuava a gettare uno sguardo sbalorditivo sull’immensamente grande e sull’immensamente piccolo. Le sconcertanti scoperte che ne derivavano arrivavano a trovare utili applicazioni tecniche, senza però riuscire neppure a scheggiare la mentalità comune, sempre più impermeabile.

Chi si ostinava ad avere una visione libera, non aveva tutti i torti a sentirsi come un uomo affamato e dalle tasche piene, insensatamente indugiante alle porte di un centro commerciale aperto ventiquattr’ore su ventiquattro. Là dentro c’era cibo in abbondanza, comodità, possibilità di riposo, una temperatura sempre piacevole e, se si temeva la nostalgia di quell’abisso spalancato, peraltro poco confortante ed estremamente spaventoso, chiamato cielo stellato, per cancellare il ricordo della sua visione, così flebile a causa dell’inquinamento luminoso, si sarebbe potuto fare affidamento sulla collaudata strategia dell’oblio.

Più che credendo a quello che non c’è, si sarebbe potuto vivere comodamente evitando di credere a quello che c’è. Anche quella, però, sarebbe stata a suo modo una sfida. L’uomo circondato da orrori, come in un quadro di Francis Bacon, orrore egli stesso, sarebbe riuscito a non accorgersi di nulla? E per quanto? La potenza di fuoco delle infinite distrazioni era notevole e con tutta probabilità capace di vincere molte battaglie da qui a un futuro forse inevitabile, ma col quale, ad occhio, avrebbe comunque dovuto farci i conti un’altra generazione.

“Non esistono più ideologie”, avremmo ancora a lungo proclamato, le mani sugli occhi come si conviene, fino a fare di questa negazione l’ultima e la più penetrante delle ideologie. Ma l’abisso oscuro in cui, se luce c’era, era generata da violenta e feroce combustione, non corrispondeva solo a quel cielo impassibile e ormai invisibile, si trovava allo stesso modo all’interno, molto in profondità, in qualche luogo così poco illuminato e privo di coordinate che non si era ancora trovato il modo di estirpare.

 

(nell’immagine: Francis Bacon, Man in blue III)