L’orgoglioso si è costruito da solo, scavando una trincea. Ha atteso acquattato, sotto l’attacco nemico, ascoltando il battito del proprio cuore. Ha così compreso che il battito del suo cuore sarebbe andato avanti in ogni caso, indifferente alle sue paure e all’offensiva nemica. Con quel sottofondo confortante ha studiato ogni attacco e di ogni attacco ha appreso nei minimi particolari le tecniche. Ha commesso errori che si è tatuato col fuoco sulla pelle, per assicurarsi di non ripeterli. Ha osservato altri attorno a lui soccombere e ha riflettuto sui loro errori e le loro debolezze. Ha conquistato la consapevolezza che il suo profondo nucleo vitale è potente e recalcitrante ad ogni tipo di controllo, perfino il suo, e che molti uomini vivono una recita del tutto slegata dal proprio nucleo vitale.
Ha temprato il suo orgoglio sotto il fuoco della più cinica autoironia, ma il suo orgoglio aveva poco a che fare con le sue evidenti debolezze, era più che altro una riserva aurea depositata molto in profondità, che lo avrebbe salvaguardato da ogni cosa, perfino da se stesso, dai rischi dell’egoismo e dell’utilitarismo. L’orgoglioso ama infatti rovesciare talvolta il tavolo della recita in cui si ritrova, come tutti, suo malgrado, a recitare, per riaffermare la sua infedeltà all’opportunismo, alla comodità e ai suoi più concreti interessi. Per quanto ciò possa farlo adirare, in realtà apprezza anche quando qualcun altro, di tanto in tanto, riesce a rovesciare il tavolo, mettendolo in una situazione di precarietà e pericolo che gli ricorda i tempi della trincea e gli consente di evolvere.
L’orgoglioso ha due amici: il giudice e il ribelle. Con il ribelle ama condividere i momenti di esaltazione e liberazione. Con il giudice condivide uno sguardo freddo su se stesso e sugli altri, che gli permette di individuare tutte le incongruenze, le ingenuità e i difetti della realtà.
Con il giudice se ne resta generalmente acquattato, come ai tempi della trincea, tranne in quei rari casi in cui il loro freddo sguardo critico arriva a partorire una strategia costruttiva di emendazione e miglioramento.
Con il ribelle si dipinge le guance di linee scure come un primitivo combattente e corre urlando sotto la tempesta di attacchi ostili, sfuggendo al sospetto paralizzante di averla meritata e conquistando così una precaria libertà, che chiederà immancabilmente un’opera di costruzione, a cui il ribelle non potrà partecipare.
L’orgoglioso si ritrova a volte a confessare a se stesso di non sapere se quella riserva aurea che gli garantisce esistenza sia più una fortuna o una dannazione. A volte non sente abbastanza di essere dentro la propria carne. A volte sente di dover cercare il ribelle.
