Non lo sai più, ma avresti questa mattina volentieri ignorato i profanatori della nebbia, che l’attraversavano da altro presi, violandola per dare null’altro che una magrissima prova di sé.
Meglio lasciare che gli occhi si appesantiscano avvolti in quel latte, ti dicevi, la visione dolcemente sconfitta e appannata, intento a confidarti nient’altro che lo stupore: quale dolce sconfitta resterà ignota ai più!
Mai a tal punto conciliato con la nebbia e il suo oblio, avresti poi chiuso i tuoi occhi, voltando le spalle ad ogni traccia di vita.
E intanto riemergeva puntuale quel desiderio di dormire per sempre, coltivato quasi consapevolmente nelle mattine come questa o in altre di gelida rugiada, fatto forse della medesima sostanza dei colori generati dalla pressione delle dita sulle palpebre chiuse – nei più dolci, perché fini a se stessi, tra i tuoi giochi di bambino – quel desiderio di mancare tutti gli appuntamenti, di far sprofondare attraverso la tua assenza il mondo intero in un riposo inesorabile, in una pace irrimediabile; che quella sensazione è tua più di qualsiasi altra, lo sapevi bene: lo sentivi in quel calore, generato dalla colpa sbiadita dell’indolenza che ti possedeva.
E mentre dimenticavi non solo ormai chi ti aspettava e perché, ma perfino il tuo nome, ti voltavi infine arreso, rinunciando a quelle così poco appetibili possibilità, precluse del tutto a quelli come te: agli orizzontali.
Nella verticalità che segue il risveglio, giudichi ora tua personalissima alba la notte nel mezzo della quale apri gli occhi, tornato quello di ieri o forse diventato un altro ancora, un essere nuovo in omaggio alla luna, quella luna che, cantando le lodi del cielo terso, consideri la sola indiziata ad aver spinto la nebbia a diradarsi, divorandola.
Esilissimo il ricordo di questa mattina: la tua fame notturna saprà ignorarlo.
