Caro Daniele,
abbiamo camminato per quarantatré anni e ogni passo è stata una sorpresa. Amavamo lasciarci sorprendere dalle direzioni che nostro malgrado finivamo con l’intraprendere, anche quando ci sentivamo più che altro trascinati e la nostra musica era lo stridore delle unghie che si strappavano una dopo l’altra nel tentativo inutile di opporsi, disertando ogni lezione. Quanto tempo abbiamo perso per capire che resistere è solo una perdita di tempo!
Abbiamo così cominciato a volerci vedere chiaro in quello che anche noi avevamo iniziato a chiamare “destino”, incuranti della cecità a cui si condanna chi vuole troppo vedere. Abbiamo puntato i nostri piccoli occhi dritti nell’abisso che instancabile vomitava la nostra strada e ci è sembrato di vedere uno specchio infedele e beffardo, che armato delle migliori intenzioni travisava ogni nostro gesto. Ricordi quegli attimi di lucidità in cui ci chiedevamo: “quand’è che siamo già stati qui?”. Non avremmo forse dovuto fare allora più attenzione?
Non avere fede nel futuro e neppure nelle proprie scelte, avere fede solo nell’intuizione mascherata da casualità, questo era un buon modo di percorrere la nostra strada. In fondo lo capivamo, anche se di tanto in tanto sognavamo una strada stretta e dritta che non concedesse diversivi, nessun vicolo di fuga a destra o a sinistra, solo forse, da quegli altissimi edifici che l’avrebbero delimitata, l’eco di qualche festa a cui non avremmo potuto partecipare. Se non era possibile sopprimere tutte le alternative, allora le avremmo potute pensare come occasioni perdute.
Cos’altro vuoi che ti dica, adesso; sediamoci in riva a questo lago, che la nostra strada aggira complice, e raccontiamoci chi siamo stati, i fatti che ci sembra di ricordare, gli improbabili compagni di viaggio, su quali altre rive ci siamo fermati, fino a che il racconto non si confonda con lo sciabordio e non sia il lago a raccontare la sua versione.
