A proliferare è oggi l’intolleranza più feroce, quella di coloro che hanno liquidato la tolleranza in un sudario di slogan alla moda. Hanno diviso gli esseri umani in categorie, identificato in certi precisi tipi umani le vittime e professano principi incapaci di incidere sulla propria stessa vita. La questione della diversità è stata così archiviata in un archivio mastodontico in cui ciononostante non è mai stato archiviato nulla alla categoria unicità.
L’incontro con l’altro è sempre più considerato una perdita di tempo, se non ha risvolti utilitaristici. Non ci si aspetta più di scoprire nulla. Le persone che non mascherano la propria unicità e pretendono perfino di non essere ascritte alle correnti categorie sono solitamente causa di sbadigli, quando non di derisione.
Sul loro misero e sanguinario palcoscenico gli esseri umani rappresentano sempre lo stesso canovaccio. Un tipo umano già stato vittima può in una nuova messa in scena rivestire il ruolo di carnefice, senza alterare nulla nell’equilibrio dello spettacolo. Individui inconsapevoli della propria unicità marciano finalmente fuori dai ghetti, in cui in quanto tipi umani sono stati a lungo rinchiusi, solo per prendere possesso della propria terra promessa, che servirà a ghettizzare altri esseri umani di cui disconosceranno l’unicità.
Come l’alfabetizzazione di massa fu incapace di guidare i più alla comprensione, così oggi l’evidenza della complessità non è sufficiente a disinnescare, serve anzi a radicalizzare le narrazioni consolatorie prive di sfumature, dove il male e il bene si fronteggiano senza toccarsi, impossibilitati a contaminarsi in uno spazio asettico in cui la scelta è sempre troppo facile.
Incapaci di apprezzare la diversità, poco disposti a dedicare tempo alla comprensione della sempre sorprendente unicità, si vaga male orientandosi a tentoni nell’ignoto forse magnifico, irrimediabilmente ciechi alla meraviglia e alla bellezza.
(nell’immagine: Vincent Van Gogh, Campo di grano con volo di corvi, 1890)
