La rilegatura l’hanno conquistata sul campo, i miei vecchi BUR di Sereni e Bertolucci, sui più disparati scenari, giorno dopo giorno, anno dopo anno, donando pienezza a momenti di mia precaria aderenza al reale.
Non si sono mai lamentati quando li costringevo a starsene per ore rintanati sotto il banco del liceo, a rubare solo per me provvidenzialmente la scena alle declinazioni greche e latine o alla questione della lingua sbadigliata dalla prospettiva bembiana.
Sono stati feticci, fattori involontari di immedesimazione in un circolo letterario che aveva il principale obiettivo di sottrarre un’aula qualsiasi, simbolicamente, al silenzio pomeridiano che si alternava alla routine scolastica. Così pretendevamo di familiarizzare con il fantasma del cocchiere della Capece.
Su una spiaggia salentina, se ne sono stati con volontà inflessibile come soldati, esposti inermi al sale e alla sabbia, e soprattutto al sole, che li rendeva incandescenti come la mia passione per la poesia, sempre viva sotto la cenere della noia di quasi tutto il resto.
E poi a Pisa, mi viene da chiedermi se se lo ricordano, sui prati di piazza Duomo vista Torre o sulle panchine di una facoltà che aveva sempre l’aria di essere occupata, ma non lo era poi mai veramente.
Non hanno smesso di regalarmi poesia neppure nella nebbia della media provincia bresciana, dove per i più il lavoro era solo una droga più efficace di altre, imboscato nei bagni o nella cucina di qualche ristorante in cui avrei dovuto servire ai tavoli, che poca voglia di servire ai tavoli, capitalismo perdonami.
Avevano già i segni degli anni e della dura vita a cui li avevo costretti, sulle rive di qualche lago lombardo, dove, in un’atmosfera irreale di pace solo apparente, il mio temperamento finiva con lo scoprire di non essere poi così affine al mare.
Con l’aria di non voler disturbare e il loro aspetto dimesso da tascabili economici, sono stati sempre loro, con un altrettanto economico quadernetto, lui però sempre diverso, a dividersi di volta in volta il regno di uno zaino da studente, di una borsa antimilitarista verde militare o di una più anonima da docente, sobria abbastanza perché soprattutto certi studenti non intuiscano che si è stati molto peggio di loro.
Ora che li vedo così messi a nuovo, posso comprendere meglio come non siano queste poesie, di cui non so perdere la memoria, ma ognuno di quei me sfumati, traditi e oltrepassati, a non sapere più nulla, ad essere alti sulle ali di un ricordo sempre un po’ bugiardo, mai abbastanza messo a fuoco. Sono colpevole di averli lasciati sanguinare sulla polvere sull’antipolvere sull’erba, eppure mi accorgo che non sanno arrendersi, continuano sorprendentemente a bussare, in certe notti da cui non ci si aspetterebbe niente, alla fine dell’inverno o nel mezzo dell’autunno. Certe volte perfino con la bella stagione, quando si vorrebbe prestare maggiore attenzione al presente, o magari al futuro, e invece a graffiare il legno smaltato della mia porta sono quelle loro unghie livide da non morti.
