Nel 2009 Einaudi pubblicò il romanzo Accabadora di Michela Murgia, che nell’anno successivo vinse il premio Campiello. Riporto qui questa mia nota di lettura, già pubblicata nel 2011 su anobii.
Nella prima metà del libro, l’ideale parte di Soreni, il racconto riesce ad entrare nel ritmo della vita della comunità e a scandirlo, la lingua adeguandovisi perfettamente. L’accabadora è qui donna di una forza straordinaria, meritevole di ricoprire un ruolo così difficile e delicato nell’ecosistema chiuso e rigidamente regolato del paese sardo. In questo ecosistema anche il trattamento del fine vita trova una sua semplice codificazione, interpretato come semplice atto di natura. Non c’è differenza tra ciò che fa l’accabadora, accorciando le sofferenze e avvicinando la morte a vite il cui solo fine è attenderla come un sollievo, e ciò che ognuno non avrebbe esitazione alcuna a fare, sopprimendo un animale sofferente, senza speranza di sopravvivere a lungo, se non a prezzo di inutili sofferenze. A nient’altro che alla semplice constatazione di una necessità risponde l’azione dell’accabadora.
A rompere questo equilibrio, fatto di natura e soprattutto della ritualità di una comunità modellata sulla natura, interviene la vicenda di Nicola, che cerca la morte non per necessità ma per un giudizio sul proprio stato. Un’affezione dell’anima che non ha nulla a che vedere con il ruolo di Bonaria, non è materia su cui un’accabadora possa pronunciarsi, un po’ come un fillus de anima è cosa diversa da un figlio naturale.
Accettando di aiutare Nicola, l’accabadora sconfina dal proprio ruolo, instaurando quella serie di reazioni per cui infine, seguendo Maria, anche la narrazione finisce con lo sconfinare. E’ il cuore del romanzo, una metamorfosi necessaria a cui la narrazione non riesce ad adeguarsi. Tutto è esploso, l’individualismo su cui si fonda la contemporaneità ha spodestato l’ecosistema di Soreni e i suoi rigidi riti. Purtroppo, impegnata com’è a inseguire tutti i pezzi dopo l’esplosione per tenerli insieme, la narrazione non riesce ad esprimere i molteplici spunti, sembra non averne né il tempo né la pazienza, e semplicemente diventa rendiconto superficiale di fatti di cui il lettore può a stento subodorare ben altra profondità, fino all’implosione in un finale inadeguato, troppo prevedibile per essere anche ingiustificato.
