Un atto creativo che possa rivestire di senso la propria esistenza

Durante la sua reclusione nell’ospedale psichiatrico di Volterra, dal 1958 al 1973, Oreste Fernando Nannetti incide sul muro del padiglione Ferri, servendosi della fibbia del suo panciotto, parole e disegni.

Paolo Miorandi visita più volte i padiglioni del manicomio abbandonati alla loro desolazione, accettando così di ricevere in qualche modo il testimone della memoria da Aldo Trafeli, l’infermiere che fu il solo nel manicomio a prestare attenzione a quanto andava realizzando Nannetti e a tentarne una prima decifrazione.

In questo prezioso libro Miorandi intreccia le parole incise sui muri alle sue, guidando il lettore in un racconto tanto crudo quanto accorato e poetico, nel quale a Nannetti vanno ad affiancarsi Adolf Wölfli e Robert Walser, e che procede attraverso l’abisso della follia, gli esclusi e le loro vite dimenticate, l’orrore che va occultato per non turbare e “l’ininterrotto andirivieni”, che in definitiva tutti ci riguarda, tra “la contemplazione muta dell’indicibile” e la dedizione ad un atto creativo che possa rivestire di senso la propria esistenza.