La prima impressione

Il primo contatto tra due persone può essere determinante, influenzare tutto quel che verrà dopo, lasciare un’ombra benedetta o devastante su ogni gesto successivo. Per autoconservazione, siamo ogni volta portati a pensare che ci sarà tempo per conoscersi e capirsi. Ma in realtà abbiamo sufficienti esperienze per renderci conto che, nella maggior parte dei casi, le cose vanno diversamente. Qualcosa in noi lo sa bene che, nel conoscere qualcuno, si vanno già oscuramente disegnando le trame di una possibile futura relazione, con segni così marcati che sarà poi estremamente problematico correggere, a meno che il rapporto non diventi pressoché quotidiano. 

È rivelatore che non capiti in molte altre situazioni di sentirsi insieme pericolosamente esposti e ben disposti ad empatizzare con chi si sta simmetricamente esponendo con noi. Accade perché in realtà sappiamo di non avere alcun potere su quello che la nostra mente registrerà. Non c’è preda né predatore, sarebbe troppo semplice e con ogni probabilità perfino più giusto. Sarà invece, come al solito, delegato al caso il ruolo decisivo. 

Nostro malgrado, si andranno caoticamente a incastonare nelle nostre più inconsapevoli profondità relitti di sensazioni nate oblique, sommersi dalle acque impersonali della nostra identità, avvolti da alghe cresciute smisuratamente a nostra insaputa, a partire da passate sensazioni più o meno a quelle somiglianti; ma chi può dirlo poi, se le abbiamo ormai dimenticate? Diventati grumi indistinguibili, fluorescenti in quegli abissi, imporranno, con un’alchimia di segnali morse luminescenti, le proprie regole arcane a tutto ciò che potrà avvenire in superficie. 

Potrebbe consolarci sapere che siamo schiuma su onde che si succedono senza sosta, che andremo via nella migliore delle ipotesi illudendoci di aver lasciato un segno che verrà presto cancellato. O magari non lasceremo alcun segno. E, chissà, forse sarebbe meglio. Se non per i nostri simili, almeno per le altre specie. Pochi, come nel caso di una non trascurabile percentuale degli artisti e degli scrittori più importanti degli ultimi due secoli, andranno via pensando di non aver lasciato alcun segno, per poi essere presi a esempio da posteri dai gusti imperscrutabili, che arriveranno perfino a venerarli, pur essendo incapaci di conoscerli davvero. O forse proprio per quello. 

In questo quadro, avremmo buone ragioni per fregarcene. Cosa volete che conti il fatto che avremo compiuto gesti da marionette in un tempo solo nostro che riguarderà, forse per pochi attimi, qualcuno che perlopiù non saprà comprenderci? E poi mai più, nel freddo tempo che non ci riguarderà, mai più nessuno? Se vergogna c’è, nell’essere marionetta, di certo risulta fortemente mitigata dal sapersi eternamente inosservati. Non credete? 

Il povero Hölderlin rimase piuttosto scottato da queste dinamiche della prima impressione. Era andato a trovare Schiller, era tutto preso da quello che considerava il suo protettore, come avrebbe potuto ipotizzare che quell’insignificante uomo che gli sedeva accanto fosse Goethe? Per lui era solo qualcuno che gli impediva di parlare con agio con il suo protettore. Schiller, dal canto suo, ci provò ad agevolare la conversazione, ben sapendo quale importante influenza avrebbe potuto esercitare Goethe su qualunque giovane poeta. Ma fu del tutto inutile. Hölderlin non capì chi aveva di fronte e interagì per tutto il tempo a monosillabi, mostrandosi scarsamente interessato ai discorsi del suo interlocutore. Quando lo capì, era ormai troppo tardi e poté solo maledirsi, augurandosi di poter recuperare e neutralizzare i nefasti effetti di quel disastroso primo incontro. Ma non gli riuscì. Da quel momento, Goethe si mostrò sempre poco accondiscendente con lui, avanzò riserve sui suoi versi, dubbi sulla sua poetica, probabilmente credendosi obiettivo. Ma non è ipotesi peregrina che a forgiare, più o meno a sua insaputa, i suoi giudizi possa essere stato proprio l’atteggiamento noncurante riservatogli, in quel primo incontro, da quel giovane poeta, apparentemente così pieno di sé, in realtà solo molto distratto.