Il disgelo è un sogno di rugiada e vapore. Vi s’intravede appena un sole desto abbastanza da illuminare le grandi mani dure da lavoratore di mio padre: come uscite da un quadro di Guttuso indicano la strada, lasciando che l’altra metà del cielo sia illuminato dalle stelle sul costume viola di mia madre, in una domenica al mare rituale abbastanza da essere sacra. Tutto mi preesisteva e io ero chiamato a meritarne l’eredità. Non sempre ci sarei riuscito. Avrei usato ad esempio maldestramente il cavalluccio marino ereditato da mio fratello per creare forme con la sabbia. Avrei poi capito solo molto più tardi che non era importante. Importante era l’aria antica, vissuta e un po’ esoterica di quel cavalluccio marino in plastica, col quale avevo saputo instaurare un rapporto.
La gioia scapestrata dell’infanzia è fatta di salti lungo una discesa a rotta di collo. Ma c’era già anche l’esigenza della precisione. Lungo la via per la scuola ho obbedito ai disegni del marciapiede, sforzandomi di non sovrapporre mai la punta delle mie scarpe alle sue linee orizzontali. La realtà prendeva le sembianze di un gioco con regole molto precise mutuate dalla geometria, dal campionato di calcio e dal festival di San Remo. Per essere davvero un pippobaudo capace di stare con sicurezza e naturalezza sul palcoscenico della propria esistenza, sarebbe stato necessario mettere i piedi al posto giusto saltellando ad occhi chiusi, ma questo era un compito ancora superiore alle mie forze. Simulavo quindi una sicurezza che non mi apparteneva ancora, intuendo oscuramente che simulare qualcosa può essere una buona strada per diventarlo, attraverso il desiderio.
Ho conosciuto l’abisso tra l’emozione che fa arrossire e tremare le mani e la sicurezza dell’esperienza. Non mi era però possibile prevedere il momento esatto in cui mi sarebbe stato consentito passare dall’una all’altra, né le leggi che ne regolavano il passaggio. Giunsi a farmi l’idea che l’emozione incontrollabile fosse solo addormentata e che come il drago di certe fiabe si sarebbe potuta risvegliare da un momento all’altro. Io però non avevo ancora trovato il modo per domare il drago.
Seguendo la mia strada, ho ripercorso il sogno di me stesso bambino. I corridoi delle scuole in cui mi chiamano professore sono gli stessi, appena trasfigurati, in cui da alunno sognavo di essere altrove. Solo quando ho capito che tutti questi ritorni con le loro rimodulazioni dell’esistente erano in realtà la nenia segreta per ipnotizzare il drago, ho potuto incontrare luoghi segreti nel momento stesso in cui li sognavo.
