Papà

Ho imparato osservandoti a restare defilato, a fare di un impulso una scelta per guardare meglio e scegliere con attenzione le parole, sfuggendo al frastuono. La tua dignità silenziosa era la giusta misura, la regola a cui attenermi per avviare un percorso, nella consapevolezza che del mondo le ombre vanno osservate almeno quanto le luci e che solo chi non cerca di dominare la scena può davvero comprendere la trama che la sostiene. 

Ho realizzato col tempo che proprio da quella lezione è nata anche la spinta contraria: una sete di giustizia, di parole, di presenza. Come se il tuo stare in disparte avesse in me acceso un sole inesauribile: il desiderio di accostarmi a chi resta ai margini, a quanti subiscono i soprusi della maggioranza, ai silenziosi diventati bersaglio della violenza sottile del chiacchiericcio, quella che esclude, che giudica, che trasforma la differenza in colpa. Chi ha scelto di stare lontano dai  luoghi maggiormente frequentati non fornisce, con la sua irriducibile unicità, alcun alibi a chi vorrebbe cancellarlo. Il suo percorso è prezioso ben più di quello di coloro che, per conformismo e fossilizzate consuetudini, seguono sentieri ben battuti. 

Il passo indietro dell’osservatore e l’impulso ad avanzare a tutela degli esclusi. Non c’è in me niente che non provenga da te: nessun pensiero, nessun silenzio, nessuna parola. Questo significa perdere un padre? L’improvvisa consapevolezza che tutta quella lunga strada che pensavi di aver percorso, se va bene, è una spirale? Quel punto da cui sei partito e da cui credevi di allontanarti ti ha per tutto il tempo osservato e non ha mai smesso di guidarti, ben al di sopra delle velleità del tuo libero arbitrio. 

Ora che è caduto il velo, le novità che vedo intorno a me sono le cose come sono sempre state. E nel mio cuore so di essere una galassia che contempla stupefatta le sue stelle danzare in sincronia, attorno al portentoso centro di attrazione di un buco nero.