Il film di Leonardo Di Costanzo “Elisa” segue la vicenda di Elisa Zanetti (interpretata da Barbara Ronchi), una donna che da dieci anni si trova in carcere, dopo essere stata condannata per aver ucciso la sorella maggiore. Lei stessa afferma di non ricordare nulla, come se un velo di silenzio avesse coperto il suo passato, trascinandolo in un luogo molto profondo del suo inconscio, laddove i confini sfumano, le differenze vengono abolite, un elemento finisce per fondersi con l’altro e il particolare può essere il tutto.
Quando accetta di partecipare a una ricerca condotta da un criminologo, il prof. Alaoui (interpretato da Roschdy Zem), i ricordi cominciano a riaffiorare. Attraverso lunghi dialoghi, Elisa è costretta a confrontarsi con il proprio gesto: un’indagine dolorosa sulla colpa, la memoria e l’identità.
Il film sceglie con coraggio di reggersi sulla parola, sul silenzio e sulla lentezza, costruendo un’atmosfera densa di tensione psicologica, nella quale trova il modo di emergere, in tutta la sua complessità irredenta, un nodo che non può essere sciolto.
Il cinema di Di Costanzo non indaga stavolta la prigione come luogo fisico da esplorare, come in Ariaferma, ma la prigione interiore di Elisa. L’ambientazione, fredda e rarefatta, sembra tanto neutra quanto claustrofobica: una struttura “moderna”, asettica, che non racconta il degrado, ma l’isolamento mentale.
Quel viluppo di vuoti e sensi di colpa che è la memoria diventa protagonista: ricordare non è solo riempire un buco, ma tentare di ricomporre un’identità che è stata spezzata. E questo processo, raccontato con cautela e silenzio, è forse il cuore più nobile del film.
Elisa è un invito spiazzante a guardare in faccia l’abisso di un atto estremo e a permettere che domande radicali frantumino dalle fondamenta le nostre certezze. Se i fiori del male riescono a sbocciare con tanta naturalezza dentro ciò che chiamiamo normalità, che cosa resta di umano nel paesaggio oscuro che si spalanca davanti a noi, specchio inquietante del nostro paesaggio interiore? E se risiedesse proprio in quel paesaggio la radice della nostra umanità? Se fosse solo vanamente consolatoria la pretesa di assegnare una valenza positiva all’aggettivo “umano”?
È un cinema che mette in crisi, ponendo domande sospese. Chi era Elisa? Che cosa significa ricordare? Che cosa significa colpa? E soprattutto: come si affronta la mostruosità, quando la maschera cade?
Un film che può essere un’esperienza potente per chi sa accettare il disagio, la lentezza, l’ambiguità, le domande che non trovano risposte all’altezza. Per chi cerca consolazioni, certezze, un finale limpido, invece, questo film può rivelarsi un piccolo, gelido labirinto.
Elisa di Leonardo Di Costanzo, Italia/Svizzera, 2025.
