In “Corpo e anima” di Ildikó Enyedi, la realtà è rappresentata come un guscio sordo, la cui stessa natura di scrigno, che nessuno sembra più avere speranza di forzare, appare condannata all’oblio, soffocata dalla routine di un macello in cui regole, turni e dialoghi, puntualmente destinati ad incepparsi quando non sono stereotipati, consentono di lavorare la carne come qualsiasi altro materiale. Del resto, non è un caso se proprio da un macello ha origine la catena di montaggio.
Gli esseri umani? Corpi destinati a sfiorarsi inutilmente nell’ingranaggio del mondo.
Nella nuda rappresentazione di questa realtà, accade che lo scrigno reclami attenzione. Ciò che vibra, sotto il biancore asettico e soffocante della neve e delle superfici industriali, si manifesta nell’universo onirico. In un’indagine sul furto di una sostanza utilizzata per l’accoppiamento degli animali, emerge così che il direttore Endre, che ha ormai del tutto rinunciato alle passioni, e la solitaria Mária, concentrata sui suoi rigidi rituali autistici, condividono ogni notte lo stesso sogno: due cervi si scrutano vagando in un bosco innevato, avvicinandosi discreti e diffidenti per poi nuovamente allontanarsi, in una danza che, per quanto vi alluda, sembra non prevedere accoppiamento. È il rituale di animali che sembrano aver perso la loro grammatica.
Endre e Mária saranno chiamati a riconquistare l’energia dimenticata dei loro corpi impacciati; non sapendo mentire, in ogni gesto, come nei sogni, riveleranno il desiderio di essere coinvolti in una danza, in cui le anime sole avrebbero danzato inutilmente.
Corpo e anima (Testről és lélekről) di Ildikó Enyedi, Ungheria, 2017.
