Lutto mancato

Se quel giorno fossi morto, mia madre non si sarebbe scomposta più di tanto, avrebbe scosso la testa un po’ per dire che se l’aspettava e un po’ per dire che in fondo me l’ero cercata. Mio padre avrebbe osservato a lungo i geroglifici dei suoi pensieri senza giungere a nulla e, anche qualora fosse riuscito a decifrare alcunché, in ogni caso non l’avrebbe espresso. Mio fratello si sarebbe chiesto come avrebbe dovuto comportarsi in una situazione del genere e se non fosse in sé socialmente indifendibile, in quanto piuttosto insolito, ritrovarsi così presto con un fratello, peraltro minore, defunto. 

La situazione si complicò sensibilmente, dal momento che non morii.

Corsi a lungo tra rami secchi e sterpaglie, in un bosco di alberi spogli, del tutto dimentichi d’esser stati verdi e lontanissimi dal sospettare che di lì a poco lo sarebbero tornati. La natura intera sembrava dormire e se arrivava a offendere le caviglie, lo faceva con vaghi suoi ricordi sparsi disordinatamente. 

“Dove stavo andando?”

“Dove sarei andato per così tanti inverni?” 

Domande del tutto inutili, dal momento che, molti anni dopo, sarebbe stato altrettanto impossibile rispondere alla domanda:

“Dove sono stato in tutti questi inverni?” 

Un fiume scorreva senza saperlo, credendosi incapace di modificare in qualche modo il paesaggio, di trascinare un ramo anche solo per pochi metri; si sarebbe detto che il suo stesso movimento fosse parte dell’immobilità generale, che in definitiva fosse solo un nastro opaco disteso tra due rive indifferenti. Se mai sorgente c’era stata, era irrimediabilmente dimenticata. Una foce? Del tutto impossibile immaginarla. 

Si può abbracciare un fiume? Lo avrei abbracciato come si abbraccia solo tutto ciò che non pretende nulla, tutto ciò che lavora in silenzio, tutto ciò che dimentica di reclamare un compenso per il proprio valore. Era proprio lui a modellare senza sosta quel paesaggio, ci si poteva scommettere, ma non dava nessun segno di avvedersene. Nessun rumore, solo un’azione lenta e costante, insensibile a riflessioni, critiche e celebrazioni. Forse era per questo che mi attirava tanto: perché non chiedeva di essere visto. Non si giustificava, non si difendeva, non reclamava un ruolo. Faceva ciò che doveva e basta, con quella umiltà elementare che alcuni chiamano inerzia e che invece è una forma di fedeltà.

Mi venne in mente che nessuno conosce fino in fondo il lavoro che compie su sé stesso, neppure un fiume. Scorre per naturale inclinazione, perché è nato per farlo, perché qualunque cosa accada intorno, l’acqua non può che seguire la sua direzione. Quante cose, in quel momento, dentro e attorno a me stavano lavorando silenziose, senza che io potessi rendermene conto? Me lo chiedevo, fermo e secco, in mezzo a ciò che agiva apparendo immobile: il fiume, il muschio, la rete sotterranea del micelio avrebbero potuto rivoluzionare l’ecosistema, e difatti lo stavano facendo, senza che io potessi averne sentore. Mi sentivo un intruso in mezzo a quelle forze pazienti e umili, così impegnate a trasformare la realtà millimetro per millimetro, senza vantarsi del loro lavoro né pretendere che qualcuno se ne accorgesse. 

Ogni mio lutto non elaborato si stava forse espandendo come micelio invisibile, diffondendo una rete di filamenti sottili che un giorno avrei riconosciuto nei miei gesti, nel mio modo di parlare, nelle mie nuove fragilità? 

Il lutto non elaborato diventa paesaggio e ti piega come un fiume placido e silenzioso sa fare perfino con un albero giovane e solido. Nulla si ferma, solo perché hai cercato di guardare altrove. Il movimento di ogni cosa prosegue tuo malgrado e ti trasforma con un’accuratezza direttamente proporzionale alla tua inconsapevolezza.