Il richiamo delle orbite primaverili

Questo rifiuto di accontentarti, questo protenderti verso ciò che non conosci, come se la meta fosse secondaria e fondamentale solo il mettersi in moto. Lo sconfesseresti volentieri, se non fosse la tua adesione al movimento già più radicale di quanto potresti permetterti. 

Jung affonda nel verde che sa essere ospitale, pur essendo vivo e in crescita continua; orbita attorno agli odori, segue una traccia mentre già ne percepisce un’altra che non può trattenersi dal tentare. La sua incondizionata disponibilità a lasciarsi portare potrebbe contenere un segreto che continua a sfuggirti. Non si tratta di interpretare, lo sai, ma di inseguire ogni cosa nel suo stesso nascere. Puoi vederlo in ogni suo muscolo: sembra conoscere una direzione prima ancora che il pensiero possa formularla. 

È la primavera che scompone ogni cosa con gentilezza sovversiva. Introduce un disordine fertile, una tensione che incrina le forme già date e le costringe a tentare altro, come se la quiete avesse ormai perso la sua innocenza e si rivelasse pura inerzia.  

Le cose, attraversate da un’inquietudine verde, eccedono da sé, aderiscono a una spinta senza garanzia, dichiarano che il desiderio non somiglia a una mancanza, ma a un eccesso. Non si tratta di riempire un vuoto, ma di trovare un varco a qualcosa che già preme, spinge, trabocca alla ricerca di una forma in cui riversarsi. 

Questa forza non si governa. Esistono direzioni che non nascono dalla volontà, e proprio per questo non smettono di chiamare. Jung non lo sa e si lascia attraversare, senza costruire difese contro ciò che eccede. 

Ogni equilibrio non è un approdo, ma soltanto una tregua. Niente vive restando intero: come tutto, sei continuamente spinto fuori da te stesso, a traboccare in ciò che ignori ma ti riguarda.