Verticale e capovolto

A volte capita di dover intraprendere un viaggio che non ammette scorciatoie, verticale e capovolto. Succede, senza preavviso, di essere convocati da sé stessi, con un invito ruvido; come se si avvertisse un bussare ostinato da una porta che avevi dimenticato. 

Intuisci che ciò che ti inquieta abita in profondità, in una zona dove la luce arriva a fatica e ogni passo è un azzardo. Cominci a ricordare vagamente luoghi simili a quello che ti attende e capisci che non sarà accogliente. 

Vorresti rinviare la partenza, provando ad assegnare a ciò che si agita in superficie un’importanza e un’urgenza che non gli si addicono. Ma laggiù qualcosa continua a richiamare la tua attenzione, apre crepe in fronte alle persone, inclina le giornate, scompone i connotati alle cose. 

Allora ti arrendi. Chiudi porte e finestre, tiri le tende, corteggi la penombra, come se l’unico modo per raggiungere davvero il mondo fosse scavare in te stesso. 

Rimani solo, sospeso tra fiducia e inquietudine, e scegli di ascoltare. Le note di Frédéric Chopin iniziano a muoversi nella stanza, ma in realtà è dentro di te che trovano spazio. Non risolvono, non spiegano: aprono. Ti accompagnano dove forse non saresti andato da solo, svelano cunicoli.

E così, mentre ascolti, qualcosa si sposta. Non sai dire cosa, non ancora. Senti però che il viaggio è iniziato davvero, che potresti non trovare ciò che cercavi, ma almeno smetterai di girarci attorno.

(nell’immagine: Eugène Delacroix, Frédéric Chopin, 1838)