Anemone è un’opera aspra, magnetica, capace di spalancare un paesaggio interiore estremamente selvaggio. Un film che sa osare quando serve, senza perdere la rotta e rimanendo del tutto immune alla tentazione di voler stupire a ogni costo. Ogni immagine sembra portare il peso di ciò che è stato a lungo sepolto, messa in tensione dalla pressione con cui il non detto chiede di tornare alla luce. Ronan Day-Lewis firma un esordio di impressionante maturità, costruendo un film che non cerca scorciatoie emotive, ma procede per strappi interiori, silenzi, ferite antiche che riaffiorano come radici dopo un violento temporale.
Al centro c’è Daniel Day-Lewis, tornato al cinema per farsi materia viva dell’opera prima del figlio Ronan. La sua è una prova enorme, fisica e trattenuta: silenzi, respiri, sguardi che sembrano arrivare da una zona remota del dolore. Il suo Ray porta nel volto e nel corpo una battaglia impressa nella carne.
Accanto a lui, Sean Bean compone una figura di dolorosa misura. Nei dialoghi tra i due fratelli, fatti di parole attese per anni ed esitazioni che pesano come confessioni, il film raggiunge alcuni dei suoi momenti più alti: una resa dei conti con la colpa, la memoria, ciò che si è tentato invano di seppellire.
C’è una natura cupa e maestosa, quasi pittorica, che non fa da sfondo, ma diventa parte del dramma; ci sono interni abitati da presenze invisibili; ci sono immagini che sembrano risalire dalle profondità dell’inconscio, come frammenti di sogno rimasti impigliati nella materia del mondo, apparizioni oscure che non spiegano il dolore, ma gli danno una forma improvvisa, perturbante, impossibile da dimenticare.
Durante la visione, ho pensato che alcuni film non si limitano a raccontarci una storia, ma ci ricordano che il cinema ha ancora il potere di farsi esperienza, ferita, visione. Anemone non accarezza lo spettatore, né si limita a metterlo davanti al dolore nella sua forma più ruvida. Ha un viaggio ben preciso da proporgli. Il dolore va attraversato.
