Dell’amore e altre perversioni

Nell’anno del Signore 1457, svanita ormai l’ubriacatura di sole, appressandosi autunno cupo e visionario, io, D. R., per la prima volta lontano dall’amata terra natìa, impegnato in poco fruttuosa pesca sulle rive del Benaco, non senza invidia rimirando le barche al largo nell’acqua alta e pescosa, assonnato dalla noia e dal pasto per nulla frugale, caddi in sonno pesante, imprevisto e ristoratore, per quanto turbato da visioni di cui qui rendo conto.

Una brezza leggera investiva il lago e la vegetazione intorno, ma pareva più di altre muovere le foglie di un particolare cespuglio, scosse come per un moto spirituale. In breve, il movimento evidente e irregolare si mutò in veri e propri sussulti, che scuotevano violentemente il cespuglio, divaricandone i rami a tal punto da lasciar intravedere  al suo interno una magica e indescrivibile luce, di un celeste che, chissà per quale sortilegio, mi appariva caldo come rosso sangue.

Da lì emerse una imago di fanciulla ridente, fatta pareva della medesima sostanza della luce e della stessa luce rilucente, che prese a correre lungo la riva del lago. Ridendo e giocando si avvicinava all’acqua, i suoi piedi delicati vi immergeva fino alle caviglie sottili, poi riprendeva a correre e ad allontanarsi per poi ancora avvicinarsi, circospetta e divertita, all’acqua limpida del lago.

Incantato la guardavo, ascoltando la sua giovane voce, che, non meno del mio animo, allietava l’acqua, l’aria e la vegetazione intorno. E da simile visione incantato, tardai ad accorgermi che intanto il cespuglio continuava ad agitarsi; scosso da sussulti ancora più inquieti, non conteneva più quella tenera luce, ma una profonda oscurità che non mancò d’inquietarmi.

Fu quell’abisso a partorire l’uomo che prese a rincorrere la fanciulla. Gioioso anch’egli, la seguiva, unendosi alla di lei voce squillante in risate e richiami. Ma dei due era fin troppo chiaro chi per l’altro fosse nutrimento d’allegria. L’uomo, seguendo la fanciulla, la rimirava con occhi incantati e quasi ne imitava gesti, parole e movimenti, per meglio abbeverarsi della sua luce.

Eppure, come fosse non so, fatto sta che mai gli riusciva di raggiungerla. Appena le si avvicinava, la fanciulla ridendo gli sfuggiva, lasciandosi appena sfiorare. Attratta ora da un fiore, ora da una farfalla, ora dai riflessi del sole sull’acqua, la fanciulla sembrava interessarsi ad ogni cosa indifferentemente, ma ad ogni cosa, l’uomo incluso, per troppo poco.

E fu così che l’uomo, insoddisfatto di destare solo fuggevolmente l’interesse dell’oggetto del suo desiderio, incapace di avvicinarsi quanto avrebbe voluto all’oggetto del suo desiderio, tramutò la sua gioia in frustrazione e il suo spontaneo desiderio in devastante e cieco desiderio di possesso.

Il sole, come per vergogna, si nascose dietro una nuvola, quando l’uomo, stringendo i pugni, si fermò paralizzato dalla frustrazione e dalla montante ira; cominciò dunque, senza alcuna precisione, a lanciare violentemente sassi, ghiaia, rami rotti e ogni altra cosa trovasse intorno, contro la fanciulla, che si allontanò, scomparendo nella fitta vegetazione.

Quando poi arreso precipitò nell’erba, come abbandonato dalle proprie forze, nessuno osservandolo avrebbe potuto dire con certezza se piangendo così disperatamente l’uomo stesse piangendo su sé stesso o sulla perdita irrimediabile della fanciulla.

A quel punto, il cielo si oscurò come se un temporale fosse imminente e udii distintamente una voce femminile, ferma e autoritaria, che ancora adesso non saprei dire da dove provenisse. Non poteva essere la voce dell’uomo, che singhiozzava sulla riva del lago, né quella della fuggevole imago di  fanciulla; non avrei potuto confonderla con i versi dei volatili, che volteggiavano inquieti, a causa dell’oscurità delle nubi; non proveniva dalle nubi, né della vegetazione. Forse era la voce del lago, mi dissi. Di certo, quella voce si udiva distintamente e, domando la natura con la forza stessa della natura, rivolgendosi agli esseri umani proferiva:

«Amate quanto vi pare. Ma con fiducia nelle persone che questo squarcio che vi si apre sotto i piedi vi farà incontrare. Guardandovi bene dal cadere nelle sue fauci. Ché lo squarcio che vi si apre sotto i piedi è null’altro che la vostra debolezza. E la debolezza è sempre affamata.

Sarete soli se vorrete esserlo. Non lamentatevene. In fondo, si è sempre soli. Dipingere l’ineluttabile come una vostra personale sfortuna, vi farà perdere le poche occasioni per alleviare il destino che agli umani è riservato. Lo spazio incolmabile che regna tiranno, separando i corpi e le anime, non si degnerà per voi di distrarsi in certi determinati attimi, come invece per altri ha fatto e farà.

Coltivate illusioni come chi apparecchia per la cena in cui sarà pietanza, e sarete ciechi alla bellezza. Guardate in faccia le leggi del desiderio, inscritte nella vostra anima come in quella di ognuno, quelle leggi che conducono il desiderato alla fuga e il desiderante alla rincorsa. Non pretendete di ignorarle. Accettatele. O se giudicate il vostro amore capace di sottrarsi alla loro crudezza, abbiate la forza e il coraggio di essere entrambi, e il desiderato e il desiderante. Vi aiuterà a comprendere chi avete di fronte. Le sue debolezze come le vostre.

La vita è breve ed è saggio che la si lasci fiorire. Per cui indulgete pure nei piaceri, ma guardatevi sempre dal trasformarli in incubi. Non prendeteli troppo sul serio, i piaceri. Non da essi dipende la vostra felicità. Essi alleviano le sofferenze di chi non si cura troppo di loro. Non fate come quegli stolti che, annoiati dalla troppa abbondanza, anziché goderne nella semplicità e nella condivisione con le persone care e nella soddisfazione di potersi dedicare ad altro che alla conquista faticosa della propria sussistenza, non aspettano di terminare un pasto per parlare di quel che mangeranno nel pasto successivo, sottraendo di forza ad ogni pasto la sua facoltà di dare piacere.

Quel che contamina l’uomo viene dal suo interno e non dall’esterno. Non vi è richiesto di perdonare coloro che spalancano i luoghi più oscuri che dormono dentro di voi. Vi è richiesto di ringraziarli. Queste persone che, voi dite, hanno avuto il potere di ferirvi vi hanno mostrato la belva che è in voi e che con masochistico piacere li ha dotati di tale potere. Se chiuderete gli occhi di fronte a tale evidenza, perderete l’occasione di conoscervi. Punterete il dito contro innocenti, volgerete le spalle al pericolo e la bestia che è in voi potrà divorarvi dall’interno, guidando ogni vostro passo, ispirando ogni vostra azione, con la medesima ferocia nuocendo a voi e agli altri.

Non difendetevi da altro che da voi stessi. Lasciatevi attraversare da eventi e persone. In troppi sono morti divorati dal loro interno mentre erano concentrati a difendersi dagli altri uomini e dalla natura, costantemente violentando la natura. Hanno fondato le loro vite e perfino i loro regni sulla forza, la sopraffazione, la paura, la dipendenza.

Difendete gelosamente la vostra libertà. Ma sappiate che più importante della vostra libertà è la vostra unicità, la vostra natura profonda e il vostro carattere originari, da cui la vostra libertà dipende. Non ignoratevi per assomigliare ad altri o ad un modello astratto. Se soffocherete la vostra unicità, essa saprà come vendicarsi.»

Mi risvegliai immemore di tutto quanto immediatamente precedette e seguì quella visione, immemore pure di eventuali sostanze che io abbia potuto assumere prima di addormentarmi. Comprendendo che in nessun modo avrei mai potuto rivivere questa esperienza, mi convinsi dunque a raccontarla.

(nell’immagine: Gustave Moreau, Orfeo, 1865)