Che cosa desideriamo quando desideriamo qualcuno?
La risposta più immediata indica un corpo, una persona, la promessa di un piacere o di un’intimità. Galit Atlas, psicoanalista e docente alla New York University, ci invita invece a guardare dietro l’oggetto visibile del desiderio, dove si muovono bisogni molto più antichi: la nostalgia di un contatto perduto, il bisogno di essere riconosciuti, la paura di dipendere dall’altro, il tentativo di tornare a una condizione di appartenenza che forse non è mai esistita nella forma perfetta in cui la ricordiamo.
Il titolo del libro deriva da un’opera realizzata da Salvador Dalí nel 1929, L’enigma del desiderio, il cui sottotitolo ripete ossessivamente: Mia madre, mia madre, mia madre. Non si tratta di una semplice suggestione artistica. La madre — intesa da Atlas tanto come persona reale quanto come funzione psichica, che può appartenere a uomini e donne — occupa il centro teorico del volume. È il primo corpo dal quale proveniamo, il primo paesaggio che abitiamo, il luogo in cui contatto e separazione, piacere e mancanza, sicurezza e mistero cominciano a intrecciarsi.
Atlas raccoglie anni di riflessioni sulla sessualità maturate nella pratica clinica e nell’insegnamento, articolandole in tre sezioni: Pragmatico ed Enigmatico, Conoscenza enigmatica e L’ignoto. Ogni capitolo prende avvio da una storia terapeutica; l’autrice preferisce questa espressione a “caso clinico”, perché ciò che accade nella stanza d’analisi non è, ai suoi occhi, un fenomeno osservato da uno scienziato neutrale, ma una narrazione costruita da due menti che si incontrano, si interpretano e inevitabilmente si modificano.
È uno dei pregi più evidenti del libro: la teoria non precede la vita per costringerla dentro le proprie categorie, ma emerge lentamente dalle parole, dai sogni, dai silenzi e perfino dagli errori di paziente e analista. Atlas non nasconde le proprie reazioni, i desideri, l’imbarazzo o le associazioni che i pazienti suscitano in lei. L’analista non si trova fuori dalla scena: vi entra, spesso senza accorgersene, e proprio il riconoscimento del suo coinvolgimento può trasformare una ripetizione sterile in un’occasione di conoscenza.
Il nucleo più originale del libro è la distinzione fra Pragmatico ed Enigmatico, due dimensioni che non si escludono, ma si compenetrano.
Il Pragmatico appartiene a ciò che può essere osservato e, almeno in parte, nominato: il tono della voce, lo sguardo, il ritmo della presenza e dell’assenza, il modo in cui il bambino viene toccato, consolato o lasciato solo. Sono le esperienze concrete attraverso le quali impariamo a regolare le emozioni e a sentire che il nostro corpo può esistere accanto a quello di un’altra persona senza esserne invaso o abbandonato.
L’Enigmatico comincia dove questa mappa perde la propria precisione. Appartiene a ciò che avvertiamo senza riuscire a rappresentarlo interamente: i messaggi inconsci ricevuti da chi si è preso cura di noi, il mistero del corpo materno, la vertigine della nascita e della morte, il desiderio di fondersi con l’altro e, nello stesso tempo, di restare separati. Se il Pragmatico assomiglia alla prosa delle azioni quotidiane, l’Enigmatico ha la lingua discontinua della poesia: vive nelle pause, nelle immagini, nelle contraddizioni e in ciò che ogni spiegazione rischia di impoverire.
La vera linfa della vita affettiva nasce dalla loro intersezione. Il desiderio non è soltanto la conseguenza di una mancanza concreta, né un puro slancio verso l’ignoto. È il luogo in cui il bisogno reale di contatto incontra la nostalgia di qualcosa che nessun contatto potrà restituire interamente. Cerchiamo una persona e, attraverso di lei, qualcosa che la precede e la oltrepassa; desideriamo un corpo reale, ma vi inseguiamo anche la traccia di un’appartenenza perduta.
La sessualità diventa così una forma di conoscenza, benché non particolarmente rassicurante. Ci mette in contatto con zone di noi stessi che la coscienza quotidiana tiene a distanza: dipendenza, vergogna, aggressività, bisogno di essere guardati, paura di scomparire nell’altro. L’eccitazione non nasce soltanto dal piacere, ma anche da quella quota di estraneità attraverso la quale diventiamo, per alcuni istanti, altri a noi stessi.
In questa prospettiva assume rilievo anche la pelle, prima superficie del contatto e primo confine. Nei casi di Danny e Leo, gli abiti, la nudità e la pelle liscia dei corpi desiderati rinviano a memorie più remote: alla pelle materna, al bambino che si è stati, alla fusione perduta con un corpo che proteggeva e insieme minacciava di inghiottire. La pelle conserva dunque un paradosso: è ciò che ci separa dall’altro, ma anche ciò attraverso cui possiamo raggiungerlo. Custodisce la nostalgia dell’unità e rende possibile l’esistenza individuale.
Atlas esplora inoltre il desiderio femminile, la gravidanza, la maternità, l’autoerotismo e i divieti culturali che hanno trasformato il corpo della donna in un corpo destinato soprattutto a nutrire o a soddisfare altri. La cucina diventa allora un’immagine ambivalente: spazio tradizionale del servizio e della rinuncia, ma anche laboratorio del piacere, luogo in cui nutrire se stesse e riconoscere un desiderio autonomo. È pure una metafora del lavoro analitico: paziente e terapeuta portano ingredienti provenienti dal passato e dal presente, senza conoscere ancora la pietanza che, cucinando insieme, stanno preparando per il futuro.
Proprio il futuro costituisce uno degli approdi più fecondi del libro. Attraverso il concetto di enactment, Atlas descrive quei momenti in cui paziente e analista non si limitano a parlare di un antico modello relazionale, ma lo mettono inconsapevolmente in scena. La paura dell’abbandono può indurre comportamenti che allontanano l’altro; il bisogno di essere riconosciuti può trasformarsi in una provocazione; un’aggressività impronunciabile può comparire nelle parole, nei ritardi o nei silenzi della terapia.
L’enactment rischia di imprigionare entrambi nella ripetizione, ma possiede anche una capacità generativa. Rendendo presente ciò che fino a quel momento aveva agito nell’ombra, permette di viverlo diversamente. Qui Atlas recupera la funzione prospettica di Jung: la mente non è soltanto sospinta da ciò che è accaduto, ma può esercitarsi, spesso inconsciamente, verso ciò che ancora non esiste. Alcune scene psichiche non ripetono soltanto il passato; tentano il futuro, lo provano come un attore prova una parte prima di abitarla davvero.
Si apre così il passaggio dal fato al destino. Il fato è ciò che si ripete senza essere riconosciuto, una storia antica che continua a presentarsi come inevitabile. Il destino nasce quando quella storia può essere guardata, attraversata e, almeno in parte, trasformata in una scelta. Non diventiamo liberi dal passato come ci si libera di un indumento smesso; possiamo però modificare il modo in cui lo portiamo e la direzione verso cui ci conduce.
Il fascino de L’enigma del desiderio risiede nella sua disponibilità a sostare sulla soglia fra ciò che può essere compreso e ciò che deve rimanere parzialmente oscuro. Atlas sa che nominare l’Enigmatico significa già tradirne una parte; eppure continua ad avvicinarvisi attraverso immagini, frammenti autobiografici e storie cliniche, con una scrittura più evocativa che sistematica.
Questa qualità costituisce anche il limite del volume. Alcuni concetti ritornano con formulazioni differenti senza acquistare sempre maggiore precisione, mentre il corpo materno finisce talvolta per assumere una centralità quasi assoluta, come se ogni sentiero del desiderio, per quanto remoto, dovesse ricondurci alla stessa casa originaria. Atlas precisa che il materno è anche una funzione e non coincide necessariamente con il sesso o il genere; il sospetto, tuttavia, rimane: che una teoria nata per accogliere la complessità rischi a tratti di ricondurla a un’unica sorgente.
Questo limite lascia intatta la forza del libro e, anzi, invita a leggerlo come si entra in una stanza scarsamente illuminata: senza pretendere che ogni ombra nasconda lo stesso oggetto. Il desiderio può avere radici infantili, corporee e relazionali senza essere interamente decifrato da esse. Qualcosa continuerà a eccedere la nostra genealogia, a sorgere dall’incontro irripetibile fra ciò che siamo stati, chi abbiamo davanti e chi potremmo ancora diventare.
L’enigma che Atlas ci consegna abita in questa eccedenza. Quando desideriamo, non cerchiamo soltanto qualcuno che colmi una mancanza: cerchiamo una soglia. Un corpo che ci permetta, per un istante, di ritrovare ciò che abbiamo perduto e insieme di oltrepassarlo; di appartenere senza dissolverci, di avvicinarci all’ignoto senza esserne divorati. Il desiderio non risolve la distanza fra noi e l’altro. La rende viva.
L’enigma del desiderio. Sesso, nostalgia e appartenenza
di Galit Atlas
Raffaello Cortina Editore, 2023
